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Oltre i disastri degli ultimi mesi

Piove, per natura e per fortuna

Piove, per natura e per fortuna
Cronaca 10 Novembre 2014 ore 16:50

I nati alla fine della guerra sono venuti su col mito dell’inverno del Ventinove. Quell’anno non ci fu solo la crisi di Wall Street. Ci fu un inverno leggendario con tutta l’Italia sotto la neve. E non una neve comune: roba da oltre due metri e tre e magari quattro. Alle nuove generazioni – dicevano i vecchi – spettacoli come quello non sarebbero mai stati accessibili, come la scalata al cielo a chi non appartenesse alla stirpe dei Titani – gli eroi che avevano fatto la guerra, avevano patito la fame, erano sfuggiti ai rastrellamenti o erano stati deportati in Polonia, avevano avuto sotto i denti la sabbia del deserto libico o negli occhi il bianco abbacinato della ritirata del Don.

Le prossime generazioni dovranno fare i conti  con l’estate di quest’anno. Acqua così non se n’era mai vista, tutta insieme. «Tanta sì, ma come quest’anno mai» potrebbe essere l’indicazione da apporre sulle targhe delle auto immatricolate nel 2014, come gli Americani mettono le caratteristiche degli stati: Texas, The Lone Star State; Arizona: Grand Canyon State.

Genova, Carrara, Sicilia ionica. Ha cominciato Genova (9-11 ottobre), poi c’è stata la falla dell’argine del Carrione a Carrara (4-5 novembre); infine la Sicilia ionica – il giorno dopo – si è trovata al centro di un ciclone simil-tropicale, dopo essere stata interessata da potenti rovesci con relativi allagamenti, traffico in tilt e conteggio dei danni da Rosolini a Tindari il giorno di San Francesco, il 4 ottobre.

Secondo le cronache, i tre casi presentano caratteristiche diverse: il disastro di Genova è dipeso dal fatto che i lavori dello scolmatore del Bisagno e le opere sul rio Foreggiano sono lì che aspettano da oltre vent’anni. Ci sono le gallerie, ma non sono terminate. Ci sono gli scavi, ma non i soldi per mandarli avanti. Nella città dei marmi, invece, ha ceduto l’argine del torrente Carrione che era stato costruito di recente, sì, ma era stato costruito male. Sembra addirittura malissimo. In Sicilia, infine, dove la cura del territorio è un capitolo che sta due punti dopo le varie ed eventuali, il cielo ha fatto quel che ha voluto, come la Germania contro il Brasile o la Juventus contro il Parma. Nessuna difesa.

Giornali, Telegiornali, Youtubers e Youreporters, Bloggers di varia estrazione e umanità hanno consentito una copertura degli eventi inimmaginabile solo pochi anni fa. Si può dire che non esista macchina trasportata dalla corrente, scooter ammonticchiato con altri fra i cassonetti, negozio con l’arredamento spazzato via dalla piena, cantina o cantinetta allagata, strada deformata o spezzata in due, via o piazza di città o fiume melmoso che non abbia avuto la sua parte di documentazione di giorno, di sera o di notte.

Un disastro (e non è la prima volta). Gente che ha perso qualcosa di più che tutto, che aveva già ricostruito casa o laboratorio diverse volte negli anni precedenti – sempre sperando che fosse l’ultima – e adesso si trova col debito da pagare e non un soldo né un lavoro per potervi far fronte. Altri che non solo hanno perduto quel che avevano, ma si vedono anche il territorio intorno sconvolto, impraticabile, e si sentono dire che adesso ci penseranno (comune, regione, governo), ma – purtroppo – han già avuto notizia in precedenza del fatto che per la piena del Bacchiglione, la bomba d’acqua di Refrontolo (nel trevigiano) e per l’alluvione e nelle Cinque Terre e in Val di Vara nonché per la frana di Giampilieri in Sicilia nessuno ha ancora scucito una lira. Forse il risarcimento dei danni del Quattordici andrà a ingrossare le accise della benzina accanto ai danni per la Guerra d’Etiopia del 36. Fatti due conti significa che comincerà a veder qualcosa chi vivrà per altri 80 anni.

Senza andare tanto lontano, Wikipedia consente di dare una prima occhiata orientativa su quel che è successo nel nostro Paese dall’Unità a oggi: dovrebbe essere stampato e appeso in ogni ufficio di ogni Comune d’Italia accanto alla foto del Presidente, per impedire che qualche amministratore, assessore o funzionario di grado alto o basso se ne esca ancora con la storia dell’imprevedibile. Meglio ancora: usato come screen saver, che quando uno si mette al computer se lo vede sfilare davanti.

Dalla parte della pioggia. Fenomeni come quelli di quest’anno saranno forse imprevedibili nel senso che è difficile determinarne con precisione l’ora e il luogo, ma sono assolutamente prevedibili nel senso che dovrebbe far parte del corredo minimo sindacale di ogni cittadino quel che tutti si rifiutano invece di sapere, e cioè che nubifragi (e da quest’anno anche cicloni) e frane sono non solo possibili ma anche altamente probabili e certamente frequenti. In altre parole, al prossimo dovremmo dire non: «Non ce lo aspettavamo proprio», ma: «Eccone ’n antro» (eccone un altro).

Perché, Italiani!: Piove. La pioggia è un fenomeno naturale. Certi anni piove di più, altri meno, ma – fortunatamente – piove sempre. E diremo di più: stiamo dalla parte della pioggia. Non vorremmo mai trovarci coi boschi delle Orobie o del Trentino trasformati un una dependance del Sahara o coi torrenti alpini utilizzati per gare di discesa in mountain bike. L’acqua fa il suo mestiere e lo fa bene. Ha il suo ciclo che si studia a scuola (nubi, falda freatica, fiumi, mare, evaporazione, nubi) e il cielo non voglia che subisca qualche interruzione come nel Sahel. I fenomeni naturali – tifoni, nevicate del Ventinove, montagne che franano, fiumi che si scatenano – sono una benedizione per gli umani ancora in grado di lasciarsi affascinare dalle ondate alte sei metri, dall’eruzione di un vulcano, dalle tempeste tropicali. Non ci fosse l’acqua che lo ha scavato, nessuno andrebbe a vedere il Gran Canyon. Non ci fosse l’acqua che precipita, Niagara Falls sarebbe una cittadina di gente in cerca di lavoro.

Tenere presente che l’acqua cade e travolge ogni cosa quando raggiunge una certa massa dovrebbe solo spingerci a mutare radicalmente prospettiva nei suoi confronti. È una questione di politica culturale. Come per gli americani delle pianure del sud, che si costruiscono case che si accasciano o volano al primo giro di tornado sapendo perfettamente che verranno giù al secondo giro di tornado e loro le ricostruiranno esattamente lì perché a loro piace abitare nelle zone dei tornados e perfino andare a caccia di questi stupendi fenomeni per il solo gusto di poter dire di averli visti e shared, condivisi. Ci sono tanti libri su questa santa follia.

Un proposito, forse. Quest’estate l’acqua ha voluto farci vedere dove vanno i fiumi e i torrenti quando li si lascia, come sarebbe giusto, liberi di seguire la loro legge. Non ama l’asfalto, l’acqua, perché non la lascia passare. Non ama il cemento, perché sta vicino all’asfalto. Ama il nostro Paese, l’acqua, perché continua a beneficarlo. E dunque anche noi potremmo decidere di collaborare alla cura di monti e valli di quel Paese dedicando parte delle nostre vacanze – o addirittura creando attività destinate – alla cura organizzata del territorio. Potremmo lanciare una grande iniziativa non ideologica in questo senso: per la cura dei boschi, degli alvei dei fiumi e delle spiagge. Anche le frane: non basta sperare che non si verifichino per sentirsi liberi di costruirci un edificio sotto. Una vasta iniziativa popolare non verde ma marroncina, come la terra, o trasparente, come una cascata, perché non potrebbe avere speranza di successo? Ci sono tanti generosi pronti a spalare “dopo”: magari potrebbero essercene di più disposti a usare piccone e bergamasca “prima”. Da stasera.

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