La riforma della sanità regionale

Perché i primari del Papa Giovanni dicono no alla trasformazione

Perché i primari del Papa Giovanni dicono no alla trasformazione
03 Agosto 2015 ore 14:50

Era inizio aprile quando il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni riusciva a trovare finalmente un compromesso, nella sua maggioranza, per la tanto attesa riforma della sanità lombarda. Come raccontava allora il Corriere della Sera, l’obiettivo era di trovare una soluzione condivisa almeno dai tre partiti di centrodestra, strizzando l’occhio anche al Pd e al Movimento 5 Stelle, e togliere dal tavolo i tre progetti di legge che erano stati presentati (ciascuno per proprio conto) da Lega, Forza Italia e Nuovo Centrodestra, non senza imbarazzi e mal di pancia. In questa riforma sono previsti tre pilastri: chi decide e programma (Ats, Agenzia di tutela per la salute), chi cura (Asst, Aziende socio sanitarie territoriali) e chi vigila (Agenzia di controllo).

Inizialmente, delle 29 aziende ospedaliere così come le conosciamo oggi sarebbero dovute restare solo il Niguarda di Milano, i Civili di Brescia e il Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Le altre sarebbero state invece inglobate dalle nuove Asst, una ogni 600mila abitanti. A fine luglio, però, il quadro è cambiato: anche l’ospedale Papa Giovanni di Bergamo rientra nella riforma. L’intento è rendere anch’esso una Asst, assegnando alla sua gestione anche i 37 Comuni della Val Brembana e quelli della Valle Imagna. Un’ipotesi che, però, non piace affatto all’ospedale Papa Giovanni XXIII: nel tardo pomeriggio di domenica 2 agosto, l’azienda ospedaliera bergamasca ha diffuso una lettera aperta firmata dai Direttori di Dipartimento e indirizzata proprio al governatore Maroni. Parole chiare, in cui si chiede specificatamente che il Papa Giovanni resti un centro ad alta specialità e all’avanguardia. Ecco il testo completo della lettera:

 

ospedale18

 

«Al presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni.

Caro Presidente, vorremmo chiedere un Suo autorevole intervento per scongiurare l’eventualità – emersa in questi giorni in più occasioni e su diversi tavoli – che alll’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo afferiscano i distretti delle Valli Brembana e Imagna. Sarebbe difficile infatti, a noi pare, far convivere un grande Ospedale ad alta specialità e di rilievo nazionale fra l’altro modernissimo, dotato di servizi e apparecchiature di assoluta avanguardia, che sostiene formazione e ricerca ed è al centro di una rete di collaborazioni internazionali, con le esigenze e le logiche  degli ospedali di provincia che richiedono approcci e competenze affatto diverse, e del tutto inconsistenti con la vocazione del nostro Ospedale e con la sua storia.

Quanto le chiediamo signor Presidente è in armonia fra l’altro con lo spirito della riforma, con il libro bianco che proprio Lei ha promosso e con il documento dei saggi che promuovevano una organizzazione Hub & Spoke, che prevede una integrazione fra presidi ospedalieri diversi e complementari. Il Papa Giovanni, al pari del Niguarda e dei Civili di Brescia, è un valore non solo per Bergamo ma per la Lombardia e per tutto il Paese. Non siamo diversi dagli altri Ospedali solo per il numero di letti (funzionale fra l’altro al fatto che ci occupiamo di tutta la medicina), ma per la capacità di generare competenza, innovazione e ricerca, in certi settori non inferiore a quella di un Irccs, pur non avendone la qualifica formale. In meno di tre anni il Papa Giovanni XXIII ha messo da parte le difficoltà del trasferimento e ha avviato nuovi progetti, con l’Università, nella ricerca, oltre confine.

Stiamo già lavorando per garantire la continuità ospedale-territorio alla città. Le valli hanno bisogno di questo, di migliorare la continuità con strutture ospedaliere vicine, di qualità, interpreti delle risposte alle cronicità e all’invecchiamento della popolazione. È vero, conciliare l’alta specialità con i distretti è teoricamente possibile, ma richiede forti investimenti, tempo e uno sforzo immane che consumerebbe energie e in un momento per noi di forte crescita, si rischia di vanificare tutto senza riuscire con ogni probabilità a migliorare l’assistenza in periferia e nelle Valli. Il territorio merita grande attenzione, una dirigenza dedicata, presidi e distretti vicini ai cittadini per raggiungere quei risultati che i cittadini lombardi si aspettano. È certo che già oggi, quando serve, chiunque può contare su una struttura d’avanguardia che sta sperimentando nuove cure per le malattie oggi senza speranza, che si confronta con la comunità scientifica internazionale, che dispone di tecnologie di ultima generazione.

Restare azienda ospedaliera è la strada naturale per il Papa Giovanni. Lo dicono i risultati raggiunti, la presenza di tutte le specialità, l’interdisciplinarietà che abbiamo costruito e grazie alla quale grandi ospedali italiani monospecialistici ci inviano i loro pazienti, certi che offriremo loro risposte di qualità, come le offriamo al nostro territorio. Occorre solo riconoscere quello che è sotto gli occhi di tutti, ma che si rischia di perdere di vista se non si alza lo sguardo, come invece hanno fatto tutti coloro che hanno reso i Riuniti ieri e il papa Giovanni oggi, prezioso patrimonio nella cura e nella ricerca».

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