25 giugno 2014, Corte Suprema

La storica sentenza Usa su privacy e cellulari, spiegata

La storica sentenza Usa su privacy e cellulari, spiegata
26 Giugno 2014 ore 15:55

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha approvato, il 25 giugno 2014, una disposizione sulla privacy relativa ai telefoni cellulari. Il verdetto segna una rivoluzione: «I telefoni cellulari sono un tesoro di informazioni personali. Per perquisirli ci vuole un mandato», anche in caso di arresto.

Cos’ha deciso la Corte Suprema. La Corte Suprema ha deciso che è illegale (e incostituzionale), per gli inquirenti, perquisire il telefono cellulare di un sospettato senza un mandato. Jim Harper, dell’organizzazione politica indipendente Cato Institute, spiega: «Semplicemente, non è ragionevole, per le forze dell’ordine, perquisire un cellulare soltanto perché è stato requisito».
La sentenza è stata scritta dal Presidente della Corte Suprema John Roberts, e i nove membri della corte l’hanno firmata. Arriva come conclusione di due casi – una caso di traffico illegale di droga e armi del Massachussets e un caso di traffico illegale di armi della Carolina -, nei quali gli imputati sono stati dichiarati colpevoli sulla base di prove raccolte dai poliziotti grazie all’analisi dei loro telefoni cellulari.

Perché c’erano due casi legali diversi. Un caso (quello della California) riguardava uno smartphone; l’altro (quello del Massachussets) riguardava l’inchiesta condotta a partire da un cellulare a conchiglia (cioè di quelli che hanno una parte apribile).
Il secondo caso citato verteva attorno a un cellulare di vecchio modello per il semplice fatto he l’arresto del colpevole risaliva al 2007, quando il primo smartphone era appena uscito. Il caso californiano, invece, è del 2009, quando gli smartphone erano già più comuni.
Dal momento che, evidentemente, un cellulare vecchio modello non contiene la stessa enorme quantità di dati di uno smartphone, la Corte Suprema ha trattato i due casi indipendentemente l’uno dall’altro. Anche se la sentenza, di fatto, li riguarda entrambi: gli inquirenti non possono accedere a loro discrezione ai dati digitali contenuti nei dispositivi cellulari.

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Perché questo verdetto è importante. La Corte Suprema ha già affrontato casi relativi al rapporto privacy-tecnologia. E, nella maggior parte dei casi, il Governo ha sostenuto che le nuove tecnologie non sono diverse dalle precedenti, così le vecchie regole di perquisizione e sorveglianza, che permettono agli inquirenti di fare praticamente ciò che vogliono, valevano anche per i nuovi dispositivi. Secondo Hanni Fakhoury della Fondazione Frontiera Elettronica, che invoca da anni il rispetto dei diritti della privacy, la Corte Suprema è sempre stata «molto nervosa nell’intervenire sulla costituzionalità» o meno delle investigazioni sui dispositivi tecnologici. Questo significa che poche decisioni sono state prese, in merito. E ciò significa che la Corte era più propensa a difendere gli inquirenti, piuttosto che entrare nel merito dei problemi legali relativi alle nuove tecnologie. Questa, dice Fakhoury, è «davvero la prima decisione che affronta seriamente il problema».

Cosa cambia, di preciso. Semplicemente, la Corte Suprema non concede al Governo e agli inquirenti di fare qualsiasi cosa essi vogliano. Al contrario, gli inquirenti non sono autorizzati a perquisire un telefono senza un mandato.  I poliziotti hanno il permesso di perquisire un uomo (e tutto ciò che porta con sé) dopo il suo arresto: possono aprire qualsiasi cosa, per vedere cosa c’è dentro. Questo, secondo la Corte, non lede la sua privacy, a patto che sia stato arrestato. Ma la nuova sentenza dichiara che non è lo stesso per i telefoni cellulari: nemmeno in caso di arresto possono essere perquisiti. Serve un mandato ulteriore.

I motivi della sentenza. I telefoni cellulari contengono tantissime informazioni. Lo smartphone del caso considerato (quello della Carolina) aveva 16 gigabyte di memoria, che equivalgono – si legge nella sentenza – a «milioni di pagine di testo, migliaia di immagini, centinaia di video». E ciò significa che è possibile ricostruire la vita intera di un uomo solo basandosi sui dati contenuti in un telefono. La Corte sostiene che «perquisire un telefono è ancora più invadente che perquisire una casa». A maggior ragione, dal momento che ai poliziotti serve un mandato per perquisire una casa, lo stesso vale per un telefono.

È una decisione così sorprendente? Considerato quanto la Corte Suprema sia restia a legiferare in materia di privacy e quanto la sorveglianza sui telefoni cellulari sia un metodo più che utilizzato dagli inquirenti americani, decisamente sì. Qualcuno, infatti, si sta già preoccupando che la Corte, sotto pressione del governo e degli enti di sorveglianza, trovi scappatoie, individuando casi incerti e eccezionali in cui la polizia potrebbe comunque avere accesso ai cellulari.

 

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