Episodi da maggio 2009 al 2012

La sentenza ultrà, spiegata bene

La sentenza ultrà, spiegata bene
21 Aprile 2015 ore 09:20

Tre anni di reclusione a Claudio Galimberti detto “Bòcia” per reati vari, un anno e due mesi ciascuno a una quarantina di tifosi per gli atti vandalici commessi in occasione della Berghem Fest di Alzano Lombardo, otto mesi al sindaco leghista di Gandosso Alberto Maffi per aver fatto da “vedetta” prima degli scontri di Atalanta-Inter del 13 dicembre 2009, 300 euro di multa agli ultras del Catania per la rissa prima del match di Bergamo del 23 settembre 2009. Queste le condanne più rilevanti contenute nella sentenza del maxi processo a carico di 143 tifosi, 87 bergamaschi e 56 catanesi, emessa oggi dal giudice Maria Luisa Mazzola. I fatti contestati partivano dal maggio 2009 (scontri prima di Atalanta-Catania) per concludersi con le cinghiate al tifoso juventino che festeggiava lo scudetto in centro nel maggio 2012. Nel mezzo una sfilza di episodi, compreso l’assalto alla Berghem Fest.

Al “Bòcia” pena più leggera. Nel complesso il castello accusatorio della pm Carmen Pugliese ha retto, anche se la richiesta per il “Bòcia” era stata di sei anni. La pena è più leggera perché il giudice non ha ritenuto Galimberti colpevole di rapina (della sciarpa) ai danni del tifoso juventino. Il capo ultras è però responsabile di concorso in lesioni per aver incitato l’aggressore materiale con l’ormai celebre frase «còpel de bòte». Non fu peraltro Jean Luc Baroni ad assalire lo juventino bensì, secondo quanto emerso durante il processo, un altro nerazzurro su cui ora si indagherà.

 

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L’invasione di Zingonia. Galimberti, insieme a una quarantina di tifosi, è stato assolto anche dall’accusa di violazione di domicilio per l’invasione del centro Bortolotti di Zingonia del 4 maggio 2010. Per il giudice, secondo quanto emerso, un centro sportivo non può essere equiparato a “domicilio”. In più, l’intenzione era solo quella di contestare. Quanto ai danneggiamenti, non sono stati esattamente quantificati né attribuiti con certezza ai singoli presunti autori. Su questo punto, prima della sentenza c’era stato un colpo di scena in aula. L’avvocato Federico Riva, difensore di gran parte degli ultras nerazzurri, aveva annunciato una transazione tra Atalanta e “invasori”. Il presidente Antonio Percassi ha infatti promesso di ritirare la querela presentata a suo tempo dai Ruggeri in cambio dell’impegno degli imputati ad effettuare lavori per la Caritas. «In zona Cesarini…», aveva commentato il pm Pugliese con sarcasmo. L’accordo si è comunque rivelato superfluo, visto che il poi il giudice ha assolto tutti per l’insussistenza del fatto.

A proposito della scelta dell’Atalanta di sottoscrivere una transazione con gli ultras, il direttore generale Pierpaolo Marino ha dichiarato che la decisione risale al 18 marzo scorso, «dopo aver ricevuto una lettera di pentimento da parte dei quaranta tifosi imputati per essere entrati a Zingonia». «La lettera – spiega Marino – conteneva passaggi sinceri e toccanti: si sono offerti di venire a Zingonia e lavorare gratis per riparare i danni provocati. Noi abbiamo accettato, anche perché non si era andati oltre qualche petardo e qualche uovo marcio. Ma abbiamo preferito girare l’offerta alla Caritas, che ci ha risposto sì il 23 marzo. Poi ci sono voluti i tempi tecnici: l’accordo è stato firmato da tutti solo alla fine della scorsa settimana. Ecco perché è stato reso noto solo stamattina». Marino fa sapere che il gruppo presterà comunque la sua opera sociale. «Mi hanno telefonato dopo la sentenza i loro avvocati – rivela – confermandomi la decisione. Direi che questa è la direzione giusta, perché l’obiettivo è portare questi ragazzi verso il recupero civile. Tenendo anche conto che 38 di loro risultavano incensurati: l’Atalanta ha dato la sua disponibilità anche per non macchiare loro la fedina penale, visto che si trattava di fatti davvero di entità trascurabile e oltretutto di vecchia data, avvenuti sotto altra gestione, che poi alla fine lo stesso giudice non ha considerato di rilevanza penale».

Marino ha anche respinto le accuse di «cedimento» agli ultrà che sono rimbalzate in rete: «Nessun cedimento, mi ribello con forza a questa idea. Non abbiamo subito nessun tipo di pressione, ma abbiamo solo aderito a un percorso di pentimento e redenzione». Il «mea culpa» dei quaranta appare netto. Dopo aver aperto la lettera scusandosi per un «comportamento che ha illuminato un lato della nostra personalità che non ci appartiene», i tifosi affermano in un passaggio: «Abbiamo sbagliato tutto. L’approccio, il comportamento, le azioni. Abbiamo mancato di rispetto all’Atalanta». Per questo si sono detti pronti a «mettere a disposizione alcune ore del nostro tempo libero». E concludono chiedendo «la possibilità di rimettere la querela nei nostri confronti». Proposta accettata dall’Atalanta.

Berghem Fest. Confermato invece lo scenario della Berghem Fest, così come ricostruito dall’accusa. Una quarantina di ultras è stata considerata colpevoli di adunata sediziosa e danneggiamenti: quella sera arrivò il ministro dell’Interno Maroni e gli atalantini si ritrovarono in massa per contestarlo. «La situazione sfuggì di mano», aveva ammesso in aula lo stesso Bòcia. Alcune auto furono date alle fiamme, tra cui una pattuglia della polizia locale di Alzano Lombardo: il comune riceverà un risarcimento di 60mila euro.

L’aggressione al cronista. Galimberti è stato anche condannato anche per gli scontri di Atalanta-Catania e per l’aggressione (con testata) al cronista dell’Eco di Bergamo Stefano Serpellini, episodio che la difesa aveva tentato di ridimensionare definendolo «doloroso sfregamento». Nell’occasione Galimberti non voleva che si associasse alla curva la notizia dell’arresto per spaccio di un tifoso. «Galimberti ha sempre lottato contro la droga», avevano rimarcato i difensori. Tagliente la replica della pm: «Non mi risulta che oltre alla comunità di don Fausto (Resmini, ndr) ci sia anche quella di don Claudio».

 

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Aspettando la sentenza definitiva. La pm aveva infine chiesto di non concedere le attenuanti generiche al Bòcia, che secondo lei non avrebbe dato segnali di ravvedimento. Di diverso avviso il giudice, che invece ha apprezzato le ammissioni di colpa del capo ultrà. A differenza di tutti gli altri imputati, che non hanno collaborato. Galimberti si è visto revocare la sospensione condizionale della pena: in caso di sentenza definitiva, rischia il carcere.

Cartellino per Reja. Durante la sua replica, prima della sentenza, la pm Pugliese non ha risparmiato critiche dure all’Atalanta. Riferendosi alla “strigliata” pre Sassuolo dall’alto delle tribune, il magistrato ha sibilato: «Capisco che la squadra e anche l’anziano Reja si siano inchinati al Bòcia, ma che lo debba fare anche la procura non lo accetto».

La partita non è chiusa. A giugno il gup dovrà pronunciarsi sulla richiesta della procura di procedere per associazione a delinquere nei confronti del Bòcia e di altri capi ultrà. Una ipotesi di reato già respinta una prima volta in sede di udienza preliminare. La pm Pugliese non si è però arresa e ha presentato ricorso in Cassazione, che le ha dato ragione. Ora un nuovo gup dovrà pronunciarsi sulla richiesta e decidere se processare nuovamente il Bòcia e i suoi fedelissimi, questa volta per un reato ben più grave.

 

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