C'entra anche il grado di istruzione

Quando i buchi di memoria non sono un buon segno

Quando i buchi di memoria non sono un buon segno
26 Febbraio 2015 ore 10:50

Può capitare a tutti, talvolta e forse strategicamente, di dimenticare qualche cosa: ai bambini di fare un compito per l’indomani a scuola, ai grandi la data di un anniversario (e allora sono guai seri), agli anziani un nome o un fatto. Ma se quel ‘talvolta’ si dovesse trasformare in episodi un po’ più frequenti e dovesse accadere in fasce di età ancora giovani e soprattutto istruite, allora potrebbe esserci il sospetto che quel casuale – che poi non lo è – buco di memoria sia l’avvertimento di un primo segnale di malattia cerebrale: di un ictus in particolare.

Lo studio. Su quelle piccole o grandi défaillance mnemoniche ci si scherza anche un po’ su: si attribuiscono allo stress, a più cose fatte contemporaneamente che mandano in tilt il cervello, all’inevitabile tempo che passa e che logora le funzionalità. Sarà in parte anche vero, ma uno studio condotto dall’Università Erasmus di Rotterdam e pubblicato sulla rivista Stroke dimostrerebbe che non ricordare bene può essere segnale di una predisposizione a sviluppare nell’arco degli anni un ictus.

 

 

Una tesi espressa dai ricercatori dopo aver osservato per un periodo di oltre 20 anni un campione di circa 9 mila individui, tutti in buona salute e con una età dai 55 anni in su. All’inizio dello studio i partecipanti sono stati interrogati sulla qualità della loro memoria con un questionario e classificati anche in base al grado di istruzione, bassa, media o alta. Le aspettative dei ricercatori non sono state disattese, perché al termine del monitoraggio coloro che presentavano con maggiore frequenza episodi di perdita di memoria avevano anche una probabilità superiore di incorrere in un ictus. Concretizzatosi in 1200 casi di malattia fra i testati smemorati.

Il grado di istruzione conta? È stata questa la maggiore discriminante. Infatti, dalla disamina dei dati raccolti, ovvero il numero di ictus occorsi e gli episodi di mancata memoria, è stato possibile osservare che la ‘laurea’ nel 34 percento dei casi era implicata nello sviluppo del colpo, sia che fosse di origine ischemica o emorragica. Ovvero la perdita di alcuni particolari ricordi poteva tradursi, in questa popolazione istruita, in un’attendibile spia per una importante patologia cardio-vascolare. Non restava a questo punto ai ricercatori che domandarsi il perché di questa correlazione.

 

 

La risposta sembrerebbe risiedere nel fatto che il cervello delle persone più istruite è generalmente più allenato ad apprendere, più abile nel ricordare e dunque più protetto dalla repentina perdita di dati. Pertanto gli improvvisi cali nella memoria fra i colti denotavano una disfunzione organica molto più evidente rispetto a soggetti con un livello di istruzione inferiore. Ma non solo: quando questi buchi neri si verificavano nelle persone laureate erano già indicativi di un danno cerebrale importante ormai in corso e che la riserva cognitiva non riusciva più a compensare.

La prevenzione, secondo i ricercatori però c’è. Occorrerebbe iniziare a lavorare presto: perché mantenere vitale e attivo il cervello, così come l’intero organismo, è una efficace strategia per portarlo in salute fino all’età avanzata. In più sarebbe una prevenzione, a costi medici pari a zero, contro l’ictus e la demenza.

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