Una questione di libertà

I bambini vadano a scuola da soli C’è in gioco la tranquillità di tutti

I bambini vadano a scuola da soli C’è in gioco la tranquillità di tutti
12 Marzo 2015 ore 17:00

Un bell’articolo (Perché i bambini non vanno più a scuola da soli?) di Michela Dell’Amico su wired.it cita una ricerca internazionale, curata dal Istc-Cnr nel 2013, dalla quale emerge un dato interessante: i ragazzi che

già dalle elementari fanno da soli il tragitto scuola-casa e viceversa – cioè senza genitori, ma magari in compagnia di altri coetanei – sono in Italia solo il 7%, contro il 41% della Gran Bretagna e il 40% della Germania. In generale tuttavia lo studio mostrava che l’indipendenza dei piccoli ha subito grossi tagli un po’ dappertutto, con la sola Germania a mantenerla come un sacrosanto valore. Anche gli Stati Uniti accusano il problema, e diverse iniziative tentano di riportare i bimbi per strada da soli già dalle elementari.

Analogamente preoccupanti sono i dati relativi alla scuola media:

Anche alle medie, solo il 3% degli italiani prende da solo un mezzo pubblico, contro il 25% dei britannici e il 64% dei tedeschi. Un altro dato interessante emerso dallo studio è che più passa il tempo, più le cose peggiorano: l’autonomia nello spostamento è scesa da noi dall’11 al 7% in soli 8 anni, dal 2002 al 2010.

Colpa del degrado dell’ambiente urbano, viene detto, dovuto alla scelta di privilegiare le esigenze dei cittadini maschi adulti – che usano l’auto – rispetto a tutte le altre categorie: donne, vecchi e bambini. Per tentare di modificare la situazione «il CNR propone l’iniziativa A scuola ci andiamo da soli che invita i bambini della scuola primaria ad andare a scuola e tornare a casa con i loro compagni e senza l’accompagnamento dei genitori». Comprendendo le paure dei genitori e richiamata l’abitudine diffusa in molte scuole di rilasciare i piccoli detenuti – gli scolari – solo agli esercitanti la patria potestà o a una lista di parenti o prelevatori autorizzati in grado di esibire documento con foto autenticata, (stiamo un po’ esagerando), Dell’Amico fa presente che quest’ultima pratica non costituisce alcun vincolo di legge, ma solo una prassi consolidata. Dimenticando – forse – che da noi questa seconda ha una forza cogente immensamente superiore all’altra.

 

 

L’Istc (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr) ha fatto bene il suo mestiere. Da gente della strada ci verrebbe da aggiungere che in realtà il degrado delle nostre città non deriva dalla scelta di privilegiare le esigenze dei cittadini adulti. Magari fosse, perché le scelte implicano strategie coerenti e quindi facilmente modificabili quando siano trovate inadeguate o errate. Da noi nessuno ha scelto nulla: semplicemente è andata – va – così. E dunque qualsiasi progetto di intervento risulta molto complicato, come sempre quando si ha a che fare con un insieme casuale.

C’è anche un altro aspetto che ci (a noi gente della strada) verrebbe voglia di prendere in considerazione, ed è il martellamento televisivo compiuto sui genitori che si ostinano a non consegnare direttamente i loro figli nelle mani delle maestre, quando li portano a scuola. In occasione della scomparsa e della successiva morte del piccolo Loris non c’è stata trasmissione in cui non sia stata additata al pubblico ludibrio la decisione della mamma di non accompagnare il bambino fino alla soglia dell’edificio scolastico, come ogni madre avveduta e consapevole dovrebbe fare. Secondo loro, ovviamente. Non secondo noi, altrettanto ovviamente. Se mamme ed esperti (e mamme che sono anche esperte) di tutta Italia si danno a sostenere che un bambino non deve poter neanche pensare di compiere da solo il tragitto tra casa e scuola a Santa Croce Camerina (40 ettari per 10.000 abitanti, un decimo di quelli di Bergamo) vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nel modo di pensare del nostro popolo. O almeno dei nostri opinion-leader.

 

 

Il quale popolo, pensando male (secondo noi), si darà a cercare soluzioni che vadano nella direzione di rendere sempre più controllata (carceraria) la vita dei bambini, non in quella di cercare il modo di favorire con opportune misure la loro circolazione autonoma. Non sappiamo come reagirebbero alla liberalizzazione dei percorsi casa-scuola quelle madri delle scale A che si accertano telefonicamente dell’arrivo dei loro figli nell’appartamento della scala accanto (B) in cui si sono recati per fare i compiti con un loro compagno. Da quando sono precipitati due bambini dalla finestra delle scale nel condominio di Caivano (una di loro, Chicca, si è persa mentre stava andando al piano di sopra) c’è già chi ha proposto di attrezzare il vano scale con videocamere che permettano di monitorarlo scalino per scalino.

Un tempo si poteva stare al parco per ore o giocare per la strada senza che i genitori dovessero star lì a vigilare. Oggi quando un bambino – succede raramente, ma succede – scende nel giardino o nel cortile condominiale per giocare, le adulte (femminile plurale di “adulto”) stanno un minuto alla finestra e 30 secondi occupate a deglutire tranquillanti caso mai, riaffacciandosi, non dovessero vedere l’esule. Non si può mai star tranquilli, dicono. Appunto: bisogna darsi da fare per poter tornare ad esserlo. È un gesto politico lottare per la salute mentale (l’autostima cresce, quando si va in giro da soli) non solo dei piccoli.

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