Lo stile Caprotti o lo stile Del Vecchio

Quanto è complicato passar l’azienda ai propri figli

Quanto è complicato passar l’azienda ai propri figli
25 Settembre 2014 ore 15:13

È più facile creare un impero dal nulla o gestire i propri eredi? Osservando la grande imprenditoria italiana, pare proprio che la vera difficoltà sia accontentare tutti i propri figli piuttosto che creare dei successi imprenditoriali senza precedenti. E i geni dell’imprenditoria nostrana, in grado di cavalcare prima il boom economico italiano, poi il nuovo mercato finanziario e infine la globalizzazione, si trovano oggi innanzi ad un dilemma: come gestire il proprio impero, costruito con tanta fatica e lungimiranza, con gli anni che avanzano e gli eredi che iniziano a bussare insistentemente alla porta?

L’eterno dilemma dei self-made man. Vittorio Merloni e Leonardo Del Vecchio, rispettivamente classe 1933 e 1935. Due dei più grandi imprenditori della storia italiana, fondatori di Indesit e Luxottica. Due uomini del cosiddetto “decennio di ferro”, quello che ha dato i natali ad alcuni dei principali fautori della rinascita italiana post bellica. Oggi, però, tutti e due sono (o sono quasi) ottantenni e, a quest’età, è anche giusto pensare ad un po’ di meritato riposo. Tutti e due sono riusciti a mettere in piedi dei veri e propri imperi commerciali dal nulla: gli unici indiscussi padroni della propria fortuna sono stati sempre e solo loro stessi. Proprio dai loro imperi però, oggi, è possibile osservare, con occhio critico, l’eterno dilemma della successione delle grandi imprese di proprietà unica (dire familiare, in questi casi, sarebbe un eufemismo), su cui pesano le ambizioni e i desideri degli eredi.

La fine della Indesit. Partiamo dal caso Merloni. Vittorio Merloni inizia a lavorare nell’impresa di famiglia negli anni ’60, ma negli anni ’70 la rende una vera e propria potenza dell’imprenditoria italiana, sotto il nome Indesit Company. Anno dopo anno, la Indesit Company aumenta gli introiti e così, ai primi anni del Nuovo Millennio, Vittorio comincia a pensare alla successione. Padre di tre figli, Vittorio designa Andrea come suo delfino in azienda. Impossibile, però, non dare un ruolo anche a Maria Paola, Antonella e Aristide. Nel 2010 lascia la presidenza, nominando come suo successore Andrea Merloni, il quale, attraverso un altalenante rapporto lavorativo con il fratello e le sorelle, non riesce a traghettare la Indesit Company verso una nuova fase. I guadagni non crescono più, i conti cominciano a non tornare e così, l’11 luglio 2014, il colosso americano Whirpool ha acquisito il 60,4% del capitale della società. In pochi anni, l’impero costruito da Vittorio Merloni è svanito (quasi) nel nulla.

Il passo avanti e poi indietro di Luxottica. Molto affascinante è la storia di Leonardo Del Vecchio, proprietario e fondatore del colosso Luxottica. Orfano di padre, cresce al collegio dei Martinitt di Milano. A 15 anni inizia a lavorare e, contemporaneamente, studia design e incisione all’Accademia di Brera. Luxottica nasce nel 1961, evoluzione della piccola bottega d’occhiali che Del Vecchio aveva aperto tre anni prima ad Agordo (Belluno). Lì nacque la multinazionale dell’occhiale italiano, con un fatturato odierno di 7,5 miliardi di euro. Sposato tre volte, è padre di sei figli, ma Leonardo Del Vecchio venne etichettato come grande innovatore quando, nel 2004, decise di affidare le sorti manageriali di Luxottica non al primogenito Claudio, che si aspettava un passaggio del testimone, bensì ad una figura esterna: Andrea Guerra. Fu una scelta azzeccatissima: Guerra (con un passato di successo anche nei piani dirigenziali di Indesit) ha fatto triplicare il valore delle azioni, passate da 13 euro a 39, e ha più che raddoppiato i ricavi dell’azienda, passati da 3 miliardi di euro agli attuali 7,5. Davanti a questi numeri, anche il primogenito Claudio Del Vecchio ha dovuto arrendersi all’evidenza e stringere la mano al padre. Anche perché, nel frattempo, Claudio ha acquisito (anche grazie all’aiuto economico del padre) la Brooks Brothers, nota marca americana di abbigliamento di classe, riscuotendo un ottimo successo.

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Il colpo di scena è arrivato a fine agosto 2014: le strade di Luxottica e di Andrea Guerra si separano (con il manager che incassa una super liquidazione da 10 milioni di euro). I motivi? Ufficialmente per diversità di visioni «sulle strategie e gli assetti manageriali del gruppo». Ufficiosamente le tesi sono tante. Tra queste, anche la volontà di delineare definitivamente la successione al potere tra i figli, come ha lasciato intendere lo stesso Del Vecchio in un’intervista a Il Sole 14 Ore: «Prima c’era un solo manager, oggi ce ne sono tre, consapevoli di essere funzionali alle esigenze della proprietà che si sta confrontando sul tema della successione. Quando si arriva a 80 anni bisogna pensare ai figli. Al momento giusto ciascuno di loro troverà una collocazione». Come l’ha definita il settimanale Pagina99, si è di fronte ad una apparente involuzione padronale. Il problema è che, con sei figli, per di più avuti da tre diverse mogli, e svariati nipoti, non sarà per nulla semplice studiare un’equa suddivisione. E non è un caso che, pochi giorni dopo l’apparente sfogo su Il Sole 24 Ore, Del Vecchio abbia escluso, per il momento, ingressi di figli e nipoti in azienda.

L’alternativa? L’estero. Se Merloni e Del Vecchio hanno deciso di fare scelte difficili pur di dare un’opportunità ai propri figli, ben diversa è stata la scelta di Bernardo Caprotti, 88 anni ma ancora saldamente a capo dell’impero di ipermercati Esselunga, da lui creata e resa la più grande catena del settore in Italia. Oramai 18 anni fa, Caprotti aveva deciso di lasciare l’azienda in mano ai tre figli, in parti eguali, tagliando fuori dalla successione la moglie e tenendo ancora saldo nelle proprie mani il timone di Esselunga. Da allora, però, iniziarono una serie di scontri, inizialmente con il primogenito Giuseppe, poi con la secondogenita Violetta, desiderosi di dire la loro sulle scelte strategiche aziendali, cosa che il padre Bernardo non era mai stato abituato a fare. Ci volle poco, così, a fargli cambiare idea: il signor Esselunga si riprese la totalità delle azioni. I figli non la presero benissimo e fecero causa al padre, dando il via ad una trafila processuale, chiusasi solo a inizio luglio 2014. La Corte d’Appello di Milano ha dato ragione a Bernardo Caprotti. Così, ancora oggi, in Esselunga il fondatore è l’unico Caprotti presente in azienda e, dal momento che una soluzione consensuale sembra impossibile, le sue volontà sono ora racchiuse in un testamento consegnato ad un notaio. La verità è che, con questa mossa, il patron di Esselunga ha definitivamente consegnato le chiavi del suo impero al mercato estero. Come spiega La Repubblica, in Italia non esistono realtà nella grande distribuzione abbastanza forti per inglobare la società che ha chiuso il 2013 con 6,9 miliardi di ricavi, e il gruppo è destinato a finire preda di colossi come l’americana Wal-Mart.

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Chi ha già scelto l’estero è la maison Versace, che ha ceduto una quota importante al fondo di private equity Usa Blackstone. Ancora in dubbio è, invece, la successione di due delle più importanti case di moda italiane, Armani e Prada, anche se Re Giorgio, nel 2012, aveva reso noto di avere in mente la creazione di una Fondazione, gestita da un consiglio di persone forti e da lui stesso scelte, in grado di supportare i suoi familiari. Va detto che l’addio (a marzo di quest’anno) alla maison Armani di Andrea Camerana, figlio di Rosanna, sorella del fondatore e, secondo molti, l’erede designato di Giorgio, ha certamente cambiato le carte in tavola dello stilista. E pensare che è anche più fortunato di tanti altri imprenditori italiani: non ha figli…

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