«I cellulari sono come il caffé»

«Vi racconto quanto è faticosa una settimana senza smartphone»

«Vi racconto quanto è faticosa una settimana senza smartphone»
Cronaca 29 Gennaio 2016 ore 10:46

Secondo uno degli ultimi rapporti di Common Sense Media, un’organizzazione no profit di San Francisco che promuove l’utilizzo sicuro della tecnologia da parte dei minorenni, gli adolescenti americani che possiedono uno smartphone (ovvero circa il 78 percento) ci passano attaccati mediamente 9 ore al giorno, per twittare, postare, instagrammare, giocare, e via dicendo. Una realtà che se trasposta fra i giovani italiani troverebbe sicuramente più o meno lo stesso riscontro. Ciò significa che i teenager del nuovo millennio trascorrono due terzi della propria giornata o dormendo o utilizzando il cellulare. Un dato di fatto che fa senza dubbio riflettere, come accaduto ad una giovane sedicenne newyorkese, che dopo continue prese in giro da parte dei famigliari per il fatto di avere sempre gli occhi sul proprio smartphone, si è chiesta: oddio, ma è proprio vero che non posso farne a meno? Una domanda che l’ha portata a compiere una scommessa con se stessa: stare una settimana senza utilizzare il cellulare. I risultati di questo suo piccolo esperimento sono contenuti in una lettera da lei stessa inviata al Washington Post.

 

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Un inizio diverso. La ragazza, che ha mantenuto l’anonimato, voleva capire se lo smartphone, e tutto ciò che consegue dal suo utilizzo, fosse in fin dei conti realmente uno strumento vitale e imprescindibile per i giovani d’oggi. Così ha preso la decisione di chiudere in un armadio il proprio iPhone per una settimana, nonostante le rimostranze dei genitori, non particolarmente felici del fatto che la figlia rimanesse 7 giorni senza alcun mezzo con cui comunicare qualsiasi eventualità. Ma, dietro la promessa di limitarsi ad andare e tornare da scuola per quella settimana, l’esperimento ha preso il via. Gli amici, inizialmente, erano increduli: non ne capivano il senso, pareva loro inconcepibile come scelta, sospettavano di una punizione inflittale dai genitori e di cui si vergognava. Nulla di tutto questo, e la prima mattina senza smartphone è iniziata già con una sostanziale differenza: a decretare la fine del sonno non c’era la consueta canzone di Taylor Swift caricata sull’iPhone, ma il suono duro e metallico di una vecchia sveglia meccanica. Una novità di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Niente musica in metropolitana. Poi è arrivato il tragitto in metropolitana per andare a scuola, 25 minuti di viaggio che solitamente occupava sonnecchiante su un sedile ascoltando musica. Ma niente smartphone vuol dire niente canzoni a portata di mano, e dunque la giovane si è inizialmente limitata ad osservare le altre persone presenti in metropolitana. Ma dal momento che tutte erano chine sul proprio cellulare (se ne era mai accorta prima?) ha deciso di tirar fuori un libro che doveva leggere per un circolo di lettura che frequentava. La storia era tutto sommato interessante, e la ragazza si è inoltre compiaciuta del fatto di essersi portata avanti con la lettura, senza doversi ridurre a divorare il libro la sera prima dell’incontro del circolo. Giunta a scuola, si è inoltre resa conto di sentirsi molto più sveglia delle altre mattine.

 

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A scuola. Fra i corridoi della scuola tutti i ragazzi erano intenti a smanettare con il proprio smartphone, alcuni addirittura mentre contemporaneamente ascoltavano (o fingevano di farlo) un amico che gli parlava. Anche in classe, tutti i ragazzi, per quanto fosse vietato, tenevano il cellulare sempre sul banco, a portata di mano per non perdersi l’ultimo tweet o per poter prontamente instagrammare qualcosa. Anche la ragazza ha sempre fatto così, fino a poche ore prima, ma in quel momento le pareva una cosa piuttosto strana: ma che fretta e bisogno c’erano, tutto sommato, di essere istantaneamente collegati con tutto quanto il mondo social? Il resto della giornata è passato senza particolari problemi, solo qualche riflesso incondizionato ogni tanto alla ricerca di un oggetto che non c’era più e che pareva una sorta di arto fantasma.

Il resto della settimana. I giorni successivi sono filati lisci: la sera, con il computer, la giovane americana non sentiva più l’esigenza di controllare compulsivamente Facebook e Instagram, i viaggi mattutini venivano riempiti sempre più da letture e progetti per la giornata, essere fuori dalle conversazioni digitali non le pregiudicavano in alcun modo i rapporti con gli amici. Certo, il fatto di non poter, ad esempio, controllare immediatamente i risultati dei propri esami via smartphone ma dover aspettare di trovarsi di fronte ad un computer era un piccola seccatura, ma assolutamente sopportabile. Il giudizio finale della ragazza, al termine della settimana di esperimento, è stato il seguente: «Ora che l’esperimento è finito, ho imparato questa cosa: i nostri cellulari sono come il caffè. Il caffè ci dà energia e la carica per “funzionare”, e finiamo per credere di non poterne farne a meno. Ma cosa succederebbe davvero se una mattina ci dimenticassimo di bere il caffè? Di sicuro all’inizio ci sentiremmo stanchi e intontiti, ma dopo qualche giorno, improvvisamente, non ne avremmo più bisogno. Lo stesso vale per gli smartphone: per farci stare attaccati ventiquattr’ore su ventiquattro, il mondo della tecnologia ci fornisce sempre più giochi e app, sempre più motivi per cliccare e guardare. Ma non siamo noi a essere dipendenti dai telefoni: è il contrario. La tecnologia influenza enormemente ciò che gli adolescenti vedono e fanno, ma quando mettiamo via il telefono, il potere è di nuovo nostro. Ho di nuovo il controllo del mio smartphone, e non viceversa: e così deve essere».

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