il patto con ravenna

Quella Firenze di poco amore rivuole Dante anche solo per un po’

Quella Firenze di poco amore rivuole Dante anche solo per un po’
01 Agosto 2019 ore 15:25

Ne sono passati di anni da quel 10 marzo dell’anno 1302 quando al termine di un processo farsa venne emessa la sentenza che condannava Dante all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla confisca dei beni e al pagamento dell’ammenda di 5.000 fiorini piccoli e soprattutto a due anni di confino. Il poeta non aveva accettato di comparire davanti a quel tribunale tutto politico voluto dalla fazione nemica dei Guelfi Neri, agli ordini del re francese Carlo di Valois e soprattutto del papa Bonifacio VIII. Dante avrebbe lasciato Firenze e senza farvi più ritorno nei quasi venti restanti anni della sua vita. Si vendicò spedendo Bonifacio all’Inferno ancor prima che morisse (nella bolgia dei Simoniaci), ma dovette adattarsi alla vita nomade dell’esule. Dato il suo reiterato rifiuto a presentarsi davanti ai giudici, la condanna venne poi ingigantita e allargata ai figli. Si passò alla confisca totale dei beni alla condanna al rogo qualora fosse stato catturato. «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”» si legge nel celebre Libro del Chiodo ancora conservato.

 

Insomma, tra Dante e Firenze le cose erano finite davvero male. Il poeta fu costretto a peregrinare per le corti del nord Italia, sino ad arrivare nella Ravenna saggiamente governata da Guido Novello da Polenta. Qui nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 morì, per aver contratto la malaria passando per le valli di Comacchio. Da allora le sue spoglie sono sempre rimaste lì, gelosamente custodite dai padri francescani della chiesa dove vennero celebrati i solenni funerali del poeta.
Ora che il 2021, ricorrenza del settimo centenario dalla morte, si avvicina, ecco saltar fuori l’idea “pazza”: riportare le spoglie di Dante a Firenze. Naturalmente si tratterebbe di un trasferimento a tempo, amichevolmente concordato tra i sindaci delle due città. Una celebrazione molto tardiva, ma di sicuro effetto che prevede l’esposizione delle spoglie davanti a Santa Croce dove oggi c’è la statua a Dante e dove sono raccolte le spoglie di altri grandi fiorentini, a cominciare da Michelangelo (che aveva tentato in vita di riportare i resti del poeta a Firenze, senza però riuscirci).

 

Sono passati sette secoli, ma non c’è da pensare che un’operazione come questa sia un’operazione tranquilla. Sulle spoglie di Dante si sono consumati nei secoli lotte e complotti. Tanto che i frati che le avevano in custodia all’inizio del ‘500 quando un Medici era salito al soglio Puntificio, intuendo il rischio di trafugamento per ordine del papa, tolsero le ossa dal sepolcro le misero in un luogo segreto, una porta murata. La cassa venne ritrovata quasi tre secoli dopo: all’interno uno scheletro quasi integro, a cui mancavano tre falangi, che in effetti vennero trovate nel sepolcro originario. Dove si legge l’epigrafe, in latino, voluta da Guido Novello: «Sto racchiuso io Dante, esule dalla patria terra, che generò Firenze, madre di poco amore». Chissà se dopo sette secoli è suonata l’ora della riconciliazione…

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