in aula

Riccardo Claris, morto per «una ragione che non è una ragione»: l’accusa chiede 24 anni per De Simone

È la richiesta formulata dalla Procura alla Corte d'Assise, con attenuanti generiche equivalenti all'aggravante dei futili motivi

Riccardo Claris, morto per «una ragione che non è una ragione»: l’accusa chiede 24 anni per De Simone

Ventiquattro anni di reclusione: è questa la richiesta formulata dalla Procura di Bergamo nei confronti del 19enne Jacopo De Simone, imputato per l’omicidio volontario aggravato di Riccardo Claris, il 26enne ucciso con una coltellata la sera del 3 maggio 2025 in via dei Ghirardelli, a Bergamo. La richiesta è stata avanzata mercoledì 1° luglio dalla pubblico ministero Maria Esposito davanti alla Corte d’Assise presieduta da Donatella Nava.

Non ricorrono né la legittima difesa, né quella putativa

Nel corso della requisitoria, come riporta L’Eco di Bergamo, la pm ha definito il movente dell’omicidio «una ragione che probabilmente non rappresenta nemmeno una ragione», spiegando così la sussistenza dell’aggravante dei futili motivi. L’accusa ha chiesto 24 anni di reclusione e che le attenuanti generiche vengano ritenute equivalenti all’aggravante.

Secondo la Procura, tutto sarebbe nato da una provocazione calcistica all’interno del Reef Cafè di Borgo Santa Caterina, locale frequentato da tifosi atalantini. Il gruppo di De Simone avrebbe intonato un coro interista con atteggiamento definito provocatorio, venendo poi inseguito da una quindicina di persone, tra cui Riccardo Claris.

La pm ha respinto la versione fornita dall’imputato, secondo cui il 26enne lo avrebbe aggredito con una catena: era disarmato, ha spiegato, come confermato anche dai due amici presenti con l’imputato. Per l’accusa non ricorrono né la legittima difesa né quella putativa. La Procura ritiene infatti che De Simone, dopo essere rientrato nel proprio appartamento, fosse ormai al sicuro. Invece, avrebbe deciso di appropriarsi di un coltello per vendicarsi dell’affronto subito, ovvero l’essere stato costretto a scappare.

L’imputato ha sostenuto di essere preoccupato per il fratello e la fidanzata di quest’ultimo, rimasti indietro durante la fuga. Una giustificazione che l’accusa contesta: avrebbe potuto telefonare o chiamare le forze dell’ordine, replicano gli avvocati. Anche la madre del giovane, ha ricordato la pm, vedendolo rientrare, avrebbe nascosto i coltelli e sia uscita a calmare gli animi, «più intimorita dalla reazione del figlio che dalla folla davanti al palazzo».

«Morto perché ha osato dire che a Bergamo si tifa Atalanta»

Nel corso della discussione sono intervenuti anche i legali delle parti civili. L’avvocato Federico Merelli, che assiste la nonna della vittima Barbara Agazzi, ha richiamato la testimonianza di un amico dell’imputato secondo cui, una volta tornato in strada, De Simone aveva già ritrovato il fratello: «Poteva fermarsi», ha detto in aula.

Per Michele Facchinetti, legale della sorella della vittima Barbara Claris, il 19enne «ha dato sfogo al suo istinto criminale e da capo branco». Claris, secondo la ricostruzione, sarebbe stato colpito alla schiena, forse mentre cercava di allontanarsi dopo aver visto che De Simone era armato. La pm ha inoltre escluso che l’imputato abbia urlato al gruppo rivale ad andarsene: «Cercava lo scontro con la spavalderia che il possesso dell’arma gli dava in quel momento».

L’avvocato Facchinetti ha sintetizzato così il movente: «Riccardo è morto perché ha osato dire che a Bergamo si tifa Atalanta». Infine, il legale della madre della vittima, Fabrizio Losito, ha ricordato gli episodi di oltraggio subiti dalla famiglia dopo il delitto da parte di amici dell’imputato, sottolineando come, a suo giudizio, De Simone «non si sia mai pentito», nonostante le scuse pronunciate in aula.