Cronaca
È ancora ricercato per spionaggio dagli Usa

Il ritorno di Assange e Wikileaks contro il "totalitarismo di Google"

Il ritorno di Assange e Wikileaks contro il "totalitarismo di Google"
Cronaca 18 Novembre 2014 ore 12:41

Julian Assange era praticamente scomparso dai radar mediatici internazionali. Si sapeva solo che era ancora a Londra, chiuso nell’ambasciata dell’Ecuador dove si è rifugiato nel giugno 2012 per sfuggire a un mandato di arresto emesso dalle autorità svedesi per aggressione a sfondo sessuale. Il 17 novembre, però, il suo volto è tornato in primo piano. Stanco, decisamente sciupato da due anni di vita in quella «terra di nessuno» (come l’ha definita lui stesso) nel tentativo di evitare un’estradizione negli Stati Uniti, in cui è accusato di spionaggio. Lo sguardo sicuro e di sfida con cui si era sempre mostrato a telecamere e giornalisti è sparito. Ma resta la volontà di voler colpire il potere attraverso il suo progetto, WikiLeaks. Il 17 novembre, Assange è intervenuto in teleconferenza a un simposio, “Fiction and Reality: Beyond the Big Brother”, organizzato dal Festival del Cinema di Lisbona ed Estoril, rivelando che nuovi documenti segreti verranno presto pubblicati.

 

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L’Occidente trema. Il giornalista australiano non ha rivelato alcun dettaglio, ha solo dato la notizia, ha lanciato il sasso. Non si hanno ulteriori informazioni sui documenti che verranno pubblicati, men che meno una data di pubblicazione. Ma l’Occidente già trema. La situazione diplomatica internazionale, infatti, in questo momento è più che mai delicata. I campi di “battaglia”, al momento, sono due: da un lato le tensioni con la Russia di Putin, in un clima che, giorno dopo giorno, diventa sempre più freddo; dall’altro l’Isis e la sua avanzata apparentemente implacabile in Medio Oriente, con Stati Uniti e potenze europee ancora indecise sulle mosse da farsi. In questo panorama, la rivelazione di documenti secretati potrebbe scompigliare le carte in gioco e rompere i già fragili equilibri diplomatici. L’Occidente è consapevole che se i documenti che Assange e WikiLeaks rivelarono al mondo nel 2010, sui rapporti degli ambasciatori americani relativi ai leader politici esteri, fossero stati resi pubblici oggi, le conseguenze sarebbero potute essere ben più gravi.

Attacco a Google. Oltre a questa rivelazione, Assange ha anche attaccato frontalmente Google, reo, a suo parere, di essere al servizio del governo Usa e di aver fornito all’intelligence americana tutte le informazioni richieste sui cittadini: «Dubito che la sorveglianza di massa sia la via adatta per combattere il terrorismo». Assange ha poi ammonito gli interlocutori del simposio, sottolineando come ci siano in gioco i diritti individuali e collettivi in queste tematiche: «L'accentramento delle informazioni in poche mani conduce direttamente verso un ennesimo totalitarismo». Una riedizione dello “slogan” su cui nacque il progetto WikiLeaks, cioè la volontà di combattere il controllo totale dei governi sulle informazioni.

WikiLeaks è ancora vivo. Assange, parlando dei documenti segreti che verranno pubblicati prossimamente, ci ha tenuto a sottolineare che «WikiLeaks, nonostante i molti attacchi subiti, continua ancora a funzionare». Il sito (il cui nome potrebbe essere tradotto ne “la Wikipedia delle fughe di notizie”), nato nel 2006, è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro in grado di ricevere, in modo totalmente anonimo grazie a un complesso programma di cifratura, documenti segreti che poi vengono ripubblicati e condivisi nella rete. Curato da giornalisti, attivisti e ricercatori, Julian Assange è uno dei fondatori e caporedattore. La maggior parte dello staff del sito è però, ancora oggi, anonima.

Dopo aver fatto diversi “scoop”, relativi alla guerra in Afghanistan o alle condizioni di vita dei prigionieri di Guantanamo, il vero boom arrivò nel novembre 2010, quando scoppiò il cosiddetto Cablegate: WikiLeaks ricevette 251.287 documenti contenenti informazioni confidenziali inviate da 274 ambasciate americane in tutto il mondo al Dipartimento di Stato degli Usa a Washington. Di questi, oltre 15mila erano file secretati. L’allora ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, definì la pubblicazione dei documenti «l’11 settembre della diplomazia internazionale». Iniziò anche un durissimo braccio di ferro tra il governo americano e WikiLeaks. Il sito finì più volte vittima di ripetuti attacchi informatici, a cui però resistette. Il 2 dicembre 2010, la società che forniva il dominio al sito, pare su richiesta esplicita dell’amministrazione Obama, interruppe la fornitura a WikiLeaks, oscurandolo di fatto. Oggi il sito è nuovamente consultabile, seppur con continui disservizi causati dalle difficoltà di trovare una base stabile per i propri server.

La battaglia di Julian Assange. Parallelamente al braccio di ferro con il sito, il governo americano decise di attaccare frontalmente anche il co-fondatore più in vista di WikiLeaks, Julian Assange. Pochi giorni dopo la pubblicazione dei documenti diplomatici, il Tribunale di Stoccolma chiese l’arresto di Assange con l'accusa di stupro, molestie e coercizione illegale: l'uomo si sarebbe rifiutato di usare il preservativo durante i rapporti (consenzienti) avuti con le due donne, fatto paragonabile allo stupro nella legislazione svedese. Come si poteva comprendere dalle carte processuali, l’impianto d’accusa era assai debole, privo di prove e basato solo sulle parole delle due donne. Secondo molti, in realtà il governo svedese stava solo tentando di fermare Assange per poi consegnarlo agli Stati Uniti, dove lo attendeva un processo per spionaggio, che può costare l’ergastolo e, in alcuni Stati, la pena di morte. Assange si consegnò alle autorità londinesi, dove all’epoca viveva. Nel novembre 2011, Londra diede il via libera all’estradizione in Svezia, delibera contro cui l’australiano fece ricorso. Quando il ricorso venne respinto, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador, chiedendo asilo politico, status che gli venne concesso nell’agosto del 2012.

Da allora l’attivista e giornalista australiano vive chiuso nell’ambasciata ecuadoregna di Londra, ma come dimostrano le dichiarazioni rilasciate il 17 novembre, non ha intenzione di abbandonare il suo obiettivo.