Cronaca
Pensava di proteggerlo da sola

Disperazione e vittoria di una madre che comprava la droga al figlio

Disperazione e vittoria di una madre che comprava la droga al figlio
Cronaca 07 Luglio 2015 ore 03:00

Simona è una commerciante genovese di cinquant'anni. Suo figlio, Marco, ha 25 anni e fino a poco tempo fa era impiegato come volontario di pubblica assistenza. Si era guadagnato un certificato di pronto soccorso, ma a un certo punto della sua vita ha scoperto di non avere mai imparato a prestare soccorso a se stesso. A salvarsi.

Marco è uno studente modello, fa volontariato e si conquista diversi riconoscimenti. Sua madre è orgogliosa di lui. Poi qualcosa giunge a un punto di rottura – probabilmente, perché non è e non deve essere compito nostro indagare sul dolore personale di Marco – e incomincia a bere, e molto. Dopo tre mesi, l'alcolismo sfocia in una forma di dipendenza più pericolosa, quella della droga. La madre ricorda che le veniva chiesto continuamente del denaro, perché nel frattempo il giovane si era indebitato con gli spacciatori. Marco prende il crack, la droga nata negli anni Ottanta come sostituto della cocaina. Chi la assume prova un'intensa euforia, si sente fisicamente più forte ed energico, è più comunicativo. L'effetto “positivo” lascia però il posto a una fase depressiva, accompagnata da nervosismo, apatia, paranoia e perfino da istinti violenti. Come tutte le droghe, dà assuefazione e dipendenza.

 

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La madre, Simona, si accorge che la situazione sta precipitando e prova, naturalmente, paura. Negli ultimi sei mesi cerca di prendere in mano la situazione e di aiutare il figlio. All'inizio non va dalla polizia, non porge alcuna denuncia, perché al di là di quello che è giusto, al di là di ciò che è lecito o meno, una madre non può che pensare a proteggere il proprio figlio. «All'inizio andavamo insieme; io guidavo lo scooter, lui comprava la droga con i miei soldi. Quando le crisi sono diventate più ravvicinate, ho deciso che sarei andata da sola, temevo potesse mettersi in pericolo», racconta Simona. Gli procura duecento dosi in sei mesi, contratta con i pusher perché pensava fosse «la cosa giusta da fare» per tenere il figlio il più lontano possibile dal mondo della droga e da ciò che ruota attorno ad esso. Marco sa di doversi allontanare dalla droga, ma questa volta è la droga che non lo lascia andare. Di sera ha forti crisi di astinenza. «Tra le otto e le dieci mio figlio aveva le crisi, si mordeva la lingua, si faceva dei tagli con un coltello e invocava aiuto. E, per evitare che la situazione degenerasse, uscivo e andavo nei caruggi a comprargli la droga», racconta la madre, che gradualmente impara a conoscere gli spacciatori, il loro carattere. «C'era uno spacciatore più aggressivo, un altro più comprensivo che mi pare chiamassero Bingo Bongo. Una volta ha fatto una specie di ramanzina a mio figlio: “È roba che fa schifo, guarda come ti stai riducendo”». Simona segue un iter preciso, quando va a procurare il crack a Marco. «Avevo appuntamento in Darsena o in corso Quadrio, facevo una seconda telefonata e loro comparivano. Consegno i soldi, loro sputano la pallina di crack che tengono impacchettata sotto la lingua. Uno mi dice che ne può tenere in bocca pure quaranta».

 

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Dopo un po’ di mesi, dopo avere procurato droga per circa 10mila euro, Simona cerca di opporsi alle richiese del figlio. Marco comincia così a rubare in casa. «Ha venduto le fedi del mio matrimonio, ha derubato i suoi nonni e la fidanzata del lettore mp3. Prendeva il bancomat dalla borsa di mia mamma, di notte, e andava a prelevare. In un’occasione il mio compagno mi ha detto che gli erano spariti 50 euro dal portafogli». Oltre ai furti, il giovane distrugge i mobili di casa, minaccia di uccidersi e diventa aggressivo con la madre: «Se non soddisfacevo le sue richiesteminacciava di uccidersio di ammazzarmi. Poi spaccava i mobili e usciva. Una volta l’ho recuperato nei vicoli e ho cercato di portarlo all’ospedale: mi ha preso per i capelli e mi ha buttato per terra, costringendomi ad andare nel centro storico per comprare dosi».

Un giorno Marco si reca nel bar dove lavora la madre e ordina da bere. A quel punto, Simona ha un crollo nervoso ed è portata in ospedale, dove è subito ricoverata. Ma il demone del crack spinge il figlio anche lì, al letto della madre esausta, per portarla di nuovo nei caruggi, perché l'astinenza è diventata insopportabile. Per la madre è il punto di rottura. Prende coraggio e scrive un appello alle forze dell'ordine di San Martino, che si mettono sulle tracce di una banda di senegalesi che spacciano prevalentemente agli studenti. Fanno irruzione nella casa di uno di loro e trovano cinquanta grammi di cocaina, sei chili di hashish e decine di migliaia di euro in contanti, oltre a chiari segnali di uno stile di vita decisamente al di sopra delle possibilità delle entrate dichiarate dall'individuo.

Ora il pusher è in carcere, mentre Marco è in una comunità per disintossicarsi, per tornare ad essere un uomo libero, padrone della sua volontà e nel suo corpo. Si è scusato con la madre, per quello che le ha fatto patire e Simona ha risposto affermando che ne usciranno insieme.

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