Un meccanismo che fa rabbrividire

Se un errore costa la pena di morte L’Fbi e i test scientifici sbagliati

Se un errore costa la pena di morte L’Fbi e i test scientifici sbagliati
22 Aprile 2015 ore 13:04

Sul Federal Bureau of Investigation, ben più noto come Fbi, la polizia federale statunitense, si è abbattuto un gran polverone, sollevato dal quotidiano Washington Post e dall’Associazione Nazionali degli Avvocati difensori americana. La polemica riguarderebbe l’uso della prova scientifica dell’analisi genetica dei capelli, per anni utilizzata nei processi penali come incontrovertibile conferma della colpevolezza degli accusati: ebbene, secondo la testata e l’Associazione, in moltissimi casi (ben il 95 percento) i risultati dei test sarebbero stati falsificati al fine di ottenere la condanna dell’imputato.

 

 

Le accuse dell’Associazione. Per decenni, il test del dna dei capelli ritrovati sui luoghi del delitto ha rappresentato la prova principale per accertare la colpevolezza di un accusato, poiché ritenuto decisamente più affidabile delle canoniche impronte digitali e per il fatto che si presentava come la massima espressione della perizia scientifica applicata alle indagini penali. Ma, in seguito ad un minuzioso riesame di documenti ed esami condotto dall’Associazione, operativa in questo caso secondo il Progetto Innocenza recentemente lanciato dagli stessi avvocati difensori, è emerso che l’Fbi avrebbe regolarmente utilizzato, e falsificato, i test del dna dei capelli per arrivare pressoché regolarmente ad un condanna dell’imputato e alla conseguente chiusura del processo. Se tutto fosse confermato, secondo l’Associazione, ben 32 persone sarebbero state condannate ingiustamente a morte, di cui 14 ormai già giustiziate.

I dati del Washington Post. Il Washington Post, nel riprendere le accuse dell’Associazione, ci va molto cauto, viste le conseguenze inimmaginabili che un’eventuale conferma di queste teorie comporterebbe, ma riporta comunque dati che hanno dell’incredibile. Considerando i processi penali anteriori al 2000, data dalla quale le perizie scientifiche e probanti hanno avuto un’evoluzione significativa e sono quindi divenute decisamente meno sindacabili, nei 268 casi in cui l’esame genetico dei capelli è stato utilizzato contro l’imputato, in ben 255 ci sarebbe stato un errore pilotato dell’analisi dei risultati, che avrebbe quindi condotto alla condanna. E i dati sono ancora più che parziali, poiché l’Associazione ha fatto richiesta per ottenere i documenti di oltre 1.200 processi ancora non scandagliati; richiesta che, però, ha per il momento trovato porte più che chiuse da parte della Polizia e delle Procure della Repubblica. Un ulteriore indizio che non fa altro che fomentare i sospetti.

 

 

Un sistema che non può funzionare. L’Fbi, da par suo, ha fatto sapere che l’impegno al rendere le prove assolutamente scientifiche, compresi i test genetici dei capelli, è sempre stato indefesso e al di sopra di ogni dubbio, e che qualsiasi allusione ad eventuali manipolazioni dei risultati è inaccettabile. Anche se, occorre sottolinearlo, pullulano in questi anni riesami e conseguenti scarcerazioni di detenuti, che hanno vissuto in galera anche per un lungo periodo, con il terrore della pena di morte come compagnia quotidiana, i quali hanno dimostrato la propria innocenza solo in seguito a successive rianalisi dei test scientifici probatori. Tutto ciò, peraltro, non fa che inasprire le polemiche relative al sistema giudiziario americano, secondo le quali i pubblici ministeri vengono valutati dallo Stato sulla base del numero di condanne che riescono ad ottenere. Un meccanismo che fa rabbrividire, e che getta ancora nuove ombre circa l’operato dell’accusa e dei collaboratori giudiziari (quali, appunto, l’Fbi).

Nel sospetto che anche le prove e gli indizi qualificati con la solennità della scienza siano piegati alla soggettività e a chissà quale interesse di chi investiga e conduce l’accusa, la difesa deve ricorrere a controanalisi e controperizie capaci di confutare, o almeno di mettere in discussione, le conclusioni degli accusatori. Non fosse che un tale diritto ha un colossale limite: non tutti gli imputati possono permettersi lo svolgimento di controanalisi forensi (che sono, naturalmente, costosissime) e quelli che non possono si devono affidare al lavoro di agenzie governative teoricamente al di sopra delle parti, ma su cui, a quanto pare, non può più esserci cieca fiducia.

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