Per gran parte della giornata è rimasto dentro una stanza del comando provinciale dei carabinieri, mentre fuori le notizie arrivavano a piccoli pezzi. Quando è uscito, poco dopo le 18 di mercoledì 6 maggio, Francesco Dolci era stato interrogato per ore e la sua posizione era cambiata: ora è indagato nell’inchiesta sulla profanazione della salma di Pamela Genini, nel cimitero di Strozza.
Con lui, durante l’interrogatorio, c’erano la sua avvocata Eleonora Prandi e il pubblico ministero Giancarlo Mancusi, che coordina le indagini. I reati contestati sono pesanti: vilipendio di cadavere e profanazione di sepolcro. Secondo gli investigatori, qualcuno ha aperto il loculo e la bara della donna, uccisa a Milano dall’ex fidanzato Gianluca Soncin, e ne ha asportato la testa, facendola sparire, come riporta il Corriere Bergamo.
Subito dopo l’uscita dalla caserma, i carabinieri si sono diretti con Dolci verso Sant’Omobono Terme, dove l’uomo vive e lavora come impresario edile, per una perquisizione. È un passaggio atteso: chi indaga cerca di chiudere il cerchio, e soprattutto di capire che fine abbia fatto la parte del corpo sottratta. Che l’attenzione degli investigatori su di lui si fosse intensificata era apparso evidente già in tarda mattinata, quando l’uomo era arrivato in città. Prima di entrare in caserma si era fermato a comprare delle sigarette in una stazione di servizio poco distante, poi aveva trascorso più di sette ore con gli inquirenti.
Dolci ha sempre sostenuto di conoscere Pamela Genini dal 2019: prima una relazione, poi un rapporto di amicizia. E ha più volte collegato la profanazione a quelli che definisce “brutti giri” frequentati dalla donna. Nel corso delle settimane aveva anche parlato a lungo con i giornalisti, fornendo la sua versione dei fatti. Proprio alcune delle cose raccontate pubblicamente sono finite al centro dell’attenzione degli investigatori. Tra queste, le fotografie che lo stesso Dolci aveva scattato al loculo della donna: otto immagini, realizzate tra il 7 novembre e il 23 marzo, giorno in cui la profanazione è stata scoperta. Secondo lui servivano a documentare anomalie nelle viti e lo stato trascurato della lapide provvisoria.
Ma, più delle viti, a colpire chi indaga è un dettaglio diverso: una traccia nell’angolo in basso a destra del loculo, che potrebbe essere residuo di mastice. È lo stesso materiale che potrebbe essere stato utilizzato per richiudere la struttura dopo l’apertura.