Un crimine di Stato

«Sì, sono i resti di uno studente» E ora il Messico chiede giustizia

«Sì, sono i resti di uno studente» E ora il Messico chiede giustizia
08 Dicembre 2014 ore 08:08

Una delle vicende più tristi della storia messicana degli ultimi tempi, quella di 43 studenti spariti il 26 settembre scorso, che ha scosso il Messico e la sua gente, è arrivata a una svolta. I periti dell’Equipe Argentina di Antropologia Forense che, su richiesta dei familiari delle vittime, stanno lavorando con la procura alle prove del DNA, avrebbero confermato che tra i resti umani trovati dagli inquirenti nella discarica dei rifiuti di Cocula all’inizio di novembre ci sarebbero quelli degli studenti della scuola di Ayotzinapa.

La versione ufficiale divulgata dal procuratore dello Stato di Guerrero, secondo cui i killer dei ragazzi avrebbero confessato di averli bruciati per 15 ore insieme a copertoni e rifiuti, troverebbe quindi una prima conferma scientifica.

A darne notizia è il quotidiano El Universal, citando fonti del governo messicano, che al momento non dicono se siano stati identificati anche altri corpi. I resti sarebbero quelli di Alexander Mora Venancio e i periti argentini avrebbero confermato al padre che uno dei frammenti ossei appartiene al figlio ventunenne.

Le proteste. La notizia dell’identificazione di uno dei corpi è arrivata mentre a Città del Messico la gente si stava preparando all’ennesima marcia di protesta contro quello che Amnesty International ha definito un Crimine di Stato. Le reazioni sono concitate, e a gran voce i messicani chiedono che il presidente Enrique Peña Nieto se ne vada. Tutti gridano lo slogan “¡Fuera Peña!”, e la repressione del dissenso non è tardata a farsi sentire. La polizia in tenuta antisommossa ha arrestato decine di manifestanti, e solo l’intervento di organizzazioni per la tutela dei diritti umani è stato possibile evitare gli arresti di massa. Ma i messicani non si sono dati per vinti e dalla Capitale fino alle città più piccole continuano a marciare per chiedere verità e giustizia.

La violenza di Guerrero. Il presidente Peña Nieto ha annunciato una serie di riforme costituzionali che dovranno essere approvate dal Parlamento, tra cui è prevista la soppressione delle polizie municipali, spesso corrotte e legate al narcotraffico. Al loro posto ci saranno agenti statali. Inoltre, per la prima volta dai fatti di Iguala, 10 settimane orsono, si è recato nello stato di Guerrero. Qui ha presentato un piano di investimenti a favore del turismo locale: ha deciso di ripartire dal turismo per recuperare l’alto consenso elettorale di cui godeva fino a un anno fa. La località turistica più nota dello stato di Guerrero è Acapulco, che negli ultimi anni, quelli in cui il narcotraffico ha aumentato del 66% gli omicidi e triplicato i sequestri, ha visto un calo di quasi il 40% di turisti. Il presidente messicano ha chiesto alla gente uno “sforzo comune per superare il dolore” e ha promesso il rilancio turistico della zona mediante “un piano di pagamento differito delle imposte, sconti del 50% sul pedaggio della strada del Sol, creazione di un fondo speciale per le piccole imprese in crisi, vasto programma di lavoro temporaneo del quale dovrebbero beneficiare 130.000 famiglie”. Ma ai messicani questo non basta. La gente chiede giustizia.

Si stima che lo stato di Guerrero, il più violento dei 31 stati federali messicani, vanti un indice d’impunità dei delitti del 96.7%, e la gente ormai non sporge quasi più denuncia. Nei primi 23 mesi della presidenza Peña Nieto si sono contati 3680 omicidi, oltre 1000 nei primi otto mesi del 2014.

Ayotzinapa. Per il “crimine di Stato” dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa sono stati arrestati il sindaco di Iguala e sua moglie, accusati di essere i mandanti della strage. Gli studenti avrebbero disturbato un loro comizio elettorale per sostenere la candidatura della moglie alle prossime elezioni. Grazie alle collusioni con i cartelli del narcotraffico avrebbero dato ordine alla polizia di consegnare i ragazzi ai narcos. La scuola di Ayotzinapa forma futuri insegnanti, quelli che poi insegneranno nelle comunità montane. Da sempre è conosciuta per formare insegnanti attivi politicamente, impegnati in proteste e manifestazioni. Per questo motivo la scuola è sempre stata nel mirino delle repressioni. Ma mai si era visto un fatto così tragico come quello dei 43 studenti spariti il 26 settembre scorso. Alle famiglie e al Messico tutto non bastano i risultati degli esami sui resti di Alexander Mora e tutti gridano: “Ora vogliamo sapere che fine hanno fatto gli altri 42”.

 

 

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