il voto all'unanimità dei 17 Paesi

Siria, il piano di pace prende forma Ma il nodo rimane il futuro di Assad

Siria, il piano di pace prende forma Ma il nodo rimane il futuro di Assad
19 Dicembre 2015 ore 09:10

Dopo innumerevoli tentativi falliti per mettere fine a una guerra che da quando è scoppiata, quasi cinque anni fa, ha provocato oltre 250mila morti, ieri notte l’Onu ha trovato un accordo per il futuro della Siria. Il Palace Hotel di New York è stato teatro della riunione dell’International Syria Support Group, Issg, un gruppo composto dai ministri degli Esteri di 17 Paesi che durante gli incontri del Processo di Vienna si è proposto di delineare una road map per far uscire il Paese mediorientale dal conflitto.

Cooperazione tra Usa e Russia. La grande novità è che sullo sfondo del vertice è stata delineata una inedita cooperazione tra Stati Uniti e Russia, chiave che potrebbe scongiurare un ennesimo fallimento. Perché tutte le altre risoluzioni, intese, accordi, ipotesi, finora erano state sempre bloccate dalle divergenze tra Washington e Mosca: i primi, insieme all’Europa, hanno sempre spinto per la destituzione di Assad, mentre il Cremlino ne è sempre stato alleato. Adesso sembra che si stia delineando un cambio di passo da entrambe le parti, anche se decisivo è stato il fatto che il summit di New York «non era su Assad, ma sul cercare di trovare un’opposizione accettabile per i negoziati e un accordo sulla lista dei gruppi terroristici», come ha dichiarato il ministro degli esteri russo Sergeji Lavrov.

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Cosa prevede l’accordo, a grandi linee. L’Issg è capitanato sì da Usa e Russia ma composto anche dalla Lega Araba e dall’Unione Europea, oltre a nazioni che hanno interessi diversi nella regione come Arabia Saudita, Turchia e Iran. I 17 Paesi hanno concordato su un testo di risoluzione per una transizione politica a Damasco, le cui trattative dovrebbero cominciare a gennaio. A mediare tra il governo di Damasco e i ribelli ci sarà il rappresentante speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, e l’obiettivo è giungere entro sei mesi alla costituzione di una «governance credibile, inclusiva e non settaria» del Paese. Entro 18 mesi, inoltre, si dovrebbe arrivare a elezioni libere.

Pace duratura, ma la strada è ancora lunga. L’obiettivo è quello di arrivare a una transizione politica per una pace duratura, in una via che per Obama è chiara. Lui stesso ne ha parlato nel corso della conferenza di fine anno, fermo sulla sua posizione nei confronti di Assad («deve andare via»), e aggiungendo: «Non ci può essere pace in Siria finché non ci sarà un governo riconosciuto come legittimo dalla maggioranza del Paese». Tuttavia, nonostante gli ottimismi per l’accordo, la strada è ancora in salita. Non appena sono stati resi noti i dettagli sulle tempistiche, Najib Ghadbian, il rappresentante presso l’Onu del Consiglio nazionale siriano (Cns), forza di opposizione al presidente Bashar al-Assad con sede in Turchia, ha dichiarato che sarà necessario «almeno un mese, più o meno» per preparare i colloqui con il regime e stabilire una tregua in Siria. Al centro del discorso di Ghadbian viene evidenziato che affinché nel Paese si possa cominciare a parlare di pace le armi devono tacere. Anche quelle della Russia, dato che «gli attacchi russi continuano a colpire tutti ad eccezione dello Stato Islamico».

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Chi siederà al tavolo delle trattative? Uno dei punti di più difficile risoluzione per il raggiungimento dell’accordo è stato lo stilare la lista di chi si dovrà sedere al tavolo delle trattative. Se da un lato il governo Assad, piaccia o no, è un’entità reale e univoca, non è così per chi a lui si oppone. La galassia dell’opposizione al regime in Siria è talmente vasta che è molto difficile individuare quali sono gli interlocutori credibili e quali invece quelli con derive terroristiche. Il difficile compito di distinguere tra terroristi e opposizione è stato affidato alla Giordania.

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Lo spinoso nodo Assad. Ma il nodo più difficile da sbrogliare è relativo al futuro di Assad, la cui permanenza in sella al governo di Damasco è considerata da molti un ostacolo alla riconciliazione e alla pace. A gennaio, con l’inizio delle trattative, si dovrebbe cominciare a parlare anche di questo. Il che significa che il destino di Assad verrà affidato al processo politico-diplomatico, e che l’attuale presidente siriano potrebbe anche ripresentarsi alla elezioni del 2017. Nel testo dell’accordo, infatti, il presidente non viene mai espressamente citato. La cosa fa felice i suoi sostenitori, ma al tempo stesso fa imbufalire i detrattori. Primi tra tutti i francesi, che per bocca del ministro degli Esteri Laurent Fabius, hanno fatto sapere che non è pensabile che Assad si presenti alle elezioni.

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