Il brand al centro del boicottaggio anti-Israele

Sodastream sfida il no di Netanyahu L’azienda ebrea assume i profughi

Sodastream sfida il no di Netanyahu L’azienda ebrea assume i profughi
30 Settembre 2015 ore 11:30

Ma’ale Adumim è uno dei più grandi insediamenti ebraici in territorio palestinese. Sorge alle porte di Gerusalemme, sulla strada che sale dalla valle del Giordano, in prossimità delle terre bibliche che ricordano la vicenda del buon samaritano. Ci vivono circa 39mila coloni da oltre 40 anni. Tra le tante cose che ci sono a Ma’ale Adumim, centri commerciali, scuole, divertimento, c’è anche la fabbrica della Sodastream, l’acqua frizzante fai da te. Anzi, c’era. Perché da qualche settimana la fabbrica ha chiuso i battenti a Ma’ale Adumim e si è trasferita nel deserto del Negev. E adesso chiede di accogliere mille rifugiati siriani.

 

 

Il trasloco nel Negev, già programmato da un anno. In seguito anche alle pressioni della campagna di boicottaggio nei confronti dei prodotti israeliani, in particolare di quelli provenienti dalle colonie illegali in Cisgiordania dove è impiegata manodopera palestinese a bassissimo costo, l’amministratore delegato di Sodastream un anno fa aveva annunciato il trasloco della fabbrica nel deserto del Negev. C’entrava, certo, anche la pesante congiuntura economica internazionale, ma l’ad aveva assicurato che sarebbe stato fatto di tutto per non far perdere il lavoro ai dipendenti, 1.300 in tutto di cui 500 palestinesi, trattati diversamente in base all’etnica secondo i detrattori dell’azienda. E proprio in questa nuova sede dello stabilimento del gas per far frizzare l’acqua, i vertici di Sodastream insieme agli amministratori della cittadina di Rahat, hanno pensato di accogliere mille profughi siriani, avviare le pratiche per far loro ottenere l’asilo e farli lavorare nello stabilimento.

 

 

Le parole dell’amministratore delegato. «Come figlio di un sopravvissuto all’Olocausto mi rifiuto di starmene da parte a osservare questa tragedia umana che si consuma appena al di là del confine con la Siria», ha spiegato l’ad Daniel Birnbaum nel presentare la sua proposta di accoglienza. Una proposta che però di fatto va contro i diktat del governo Netanyahu, che di profughi in Israele proprio non ne vuole sentire parlare. Ma Birnbaum rincara la dose e si pone come esempio da imitare, non solo per la pacifica convivenza tra israeliani e palestinesi, ma anche per il modello di sussidiarietà che rappresenta: «Esattamente come abbiamo sempre fatto del nostro meglio per aiutare i nostri fratelli e sorelle palestinesi in Cisgiordania, è giunta l’ora che le imprese locali e le amministrazioni municipali si occupino della crisi umanitaria siriana e prendano iniziativa per aiutare coloro che sono nel bisogno. Non possiamo pretendere che i nostri politici si prendano sulle spalle tutto il peso».

 

 

Gli effetti dei boicottaggio. Sodastream, che sui mercati di tutto il mondo ha visto un periodo d’oro anche grazie alla sua testimonial più famosa, l’attrice Scarlett Johansson, è balzata agli onori della cronaca nel pieno della battaglia del movimento BDS (Boycott, Disinvestment and Sanctions), una rete mondiale che promuove il boicottaggio dell’economia israeliana, rea di fare affari grazie all’occupazione del suolo palestinese. Alla notizia del trasferimento della fabbrica nel Negev, il BDS ha esultato, ma i vertici aziendali negano che esso sia dovuto alle pressioni della campagna di boicottaggio. Sta di fatto, però, che dal 2013 i profitti della Sodastream sono calati del 42 per cento e le azioni del 58 per cento.

 

 

Palestinesi pagati meno. La chiusura della fabbrica di Ma’ale Adumim e il suo relativo trasferimento nel Negev è tuttavia un colpo per i tanti lavoratori palestinesi dell’azienda. La nuova sede dista più di 100 chilometri da quella vecchia, si trova in Israele e non è accessibile alla maggior parte dei dipendenti palestinesi. Solo in 130 hanno ottenuto un permesso di lavoro, mentre pare sia stato messo a disposizione un servizio di pullman per quanti abitano lontano dalla nuova sede. Anche per questo motivo c’è chi vede nell’iniziativa di accoglienza dei profughi siriani una trovata pubblicitaria che porti un po’ di respiro alle fragili casse dell’azienda, e un modo per ottenere nuova manodopera a basso costo. I dipendenti palestinesi ricevono un salario differente rispetto ai colleghi parigrado israeliani, una scelta motivata dall’azienda dal fatto che in Cisgiordania la vita è meno cara che in Israele.

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