Guerra dello spaccio

Sparatoria all’Aquamore di Seriate: quattro le persone fermate

Cinque kalashnikov e mitragliatrici erano nascosti nella boscaglia, pronti all'uso

Sparatoria all’Aquamore di Seriate: quattro le persone fermate

Un vero e proprio arsenale da guerra nascosto nei boschetti tra la Lombardia e il Piemonte. Questo è ciò che è stato scoperto dai carabinieri della sezione operativa della Compagnia di Bergamo nell’ambito dell’indagine sulla sparatoria avvenuta lo scorso 21 giugno all’esterno delle piscine Aquamore di Seriate. Ben cinque kalashnikov Ak 47 ed un fucile mitragliatore dotato di treppiede sono stati sequestrati nei giorni scorsi: le armi erano avvolte nel cellophane e nascoste tra la vegetazione di alcune aree verdi delle province di Milano e di Novara.

L’arsenale della banda

Come viene riportato da L’Eco di Bergamo in base a quanto raccolto dagli inquirenti, le armi non sarebbero state destinate esclusivamente a eventuali agguati, come quello avvenuto a Seriate ai danni di un giovane marocchino, uscito miracolosamente illeso dalle raffiche di proiettili. L’arsenale sarebbe servito anche a difendere il territorio della banda nell’ambito della guerra per il controllo del mercato dello spaccio.

Un contesto caratterizzato, secondo gli investigatori, da diversi tentati omicidi e dall’utilizzo sempre più disinvolto di armi lunghe.

È proprio questo elemento a preoccupare maggiormente gli inquirenti. Il salto di qualità nella disponibilità di armi da parte dei gruppi dediti allo spaccio viene considerato un segnale particolarmente allarmante: non più soltanto pistole, ma kalashnikov e mitragliatori utilizzati per regolare i conti e proteggere le proprie attività.

Due mesi di indagini

Dopo la sparatoria di Seriate, Procura e carabinieri hanno lavorato per circa due mesi per ricostruire la dinamica dell’agguato e individuare la rete che si nascondeva dietro l’episodio.

Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota e dal pm Antonio Mele, hanno portato innanzitutto all’identificazione del giovane marocchino che era stato il bersaglio della spedizione punitiva. Il ragazzo, rimasto illeso, è finito a sua volta in carcere perché destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per un tentato omicidio commesso nel 2024 in provincia di Milano.

Nella notte tra venerdì e sabato scorsi, a Vigevano, sono invece stati fermati due presunti componenti di vertice della banda: E. B., marocchino di 29 anni, ritenuto il capo del gruppo, e A. Z., connazionale di 27 anni. Entrambi sono accusati di tentato omicidio.

«Ho sparato per spaventarlo»

Secondo l’accusa, E.B. avrebbe sparato con un kalashnikov, mentre A. Z. avrebbe utilizzato una mitraglietta Scorpion. Davanti al gip Riccardo Moreschi, E. B. ha ammesso di aver premuto ripetutamente il grilletto, sostenendo però di averlo fatto soltanto per spaventare il rivale. A. Z., difeso come il connazionale dall’avvocato Amedeo Rizza, ha invece scelto di non rispondere alle domande.

Il giudice ha convalidato i fermi e disposto che entrambi rimangano nel carcere di Bergamo, respingendo di fatto la richiesta della difesa di applicare gli arresti domiciliari. All’appello mancano ancora due persone che avrebbero partecipato al raid rimanendo in auto. Una non è stata ancora identificata, mentre l’altra è stata individuata ma non è stata ancora rintracciata.

I custodi delle armi

L’inchiesta ha portato anche al fermo di altri due giovani marocchini, A.T., 24 anni, e A. M., 20 anni. Per gli investigatori i due non avrebbero preso parte al tentato omicidio di Seriate, ma avrebbero avuto il compito di custodire le armi per conto della banda.

Attraverso appostamenti e riprese video, i carabinieri avrebbero documentato momenti in cui i due maneggiavano alcuni kalashnikov. Durante l’interrogatorio di convalida, il 24enne ha ammesso di aver avuto tra le mani le armi, senza però chiarire il motivo. Il 20enne si è invece avvalso della facoltà di non rispondere.

Secondo gli investigatori, sarebbe stato proprio quest’ultimo ad accompagnare A.T. nel nuovo nascondiglio individuato dalla banda in provincia di Novara.

L’arsenale trasferito dopo i primi sequestri

Dopo i fermi eseguiti a Vigevano e un primo sequestro di fucili, infatti, il gruppo avrebbe deciso di spostare l’arsenale. I militari della Compagnia di Bergamo, seguendo gli spostamenti dei due giovani, sono comunque riusciti a individuare il nuovo covo.

Qui sono stati sequestrati altri cinque kalashnikov e un fucile mitragliatore con treppiede, un’arma che consente di sparare anche da posizione sdraiata. Un ulteriore covo della banda, questa volta nel Milanese, è stato perquisito nelle ultime ore, ma senza trovare altre armi.

Fermi non convalidati per due giovani

Sul piano giudiziario, il gip Moreschi non ha invece convalidato i fermi di A. T. e A. M. per un motivo legato alla competenza territoriale. Su richiesta dell’avvocato Rizza, gli atti relativi al 24enne sono stati trasmessi alla Procura di Milano, mentre quelli riguardanti il 20enne sono stati inviati alla Procura di Novara.

Nonostante la mancata convalida dei fermi, il giudice ha comunque disposto che entrambi restino in carcere, considerando la gravità dei fatti contestati. A. T. si trova nel carcere di Bergamo, mentre A. M. è detenuto a Brescia.

L’inchiesta, intanto, prosegue per ricostruire completamente la rete della banda, individuare gli altri componenti coinvolti nella sparatoria e chiarire l’origine e la destinazione dell’impressionante arsenale sequestrato tra Lombardia e Piemonte.