Dalla "primavera araba" ad oggi

La svolta fondamentalista Paese arabo per Paese arabo

La svolta fondamentalista Paese arabo per Paese arabo
04 Agosto 2014 ore 06:10

A tre anni dallo scoppio della cosiddetta “primavera araba” (o meglio: la svolta islamica dei Paesi del Grande Medio Oriente), sembra inarrestabile il tentativo di una radicale islamizzazione dei Paesi arabi.

I continui e ripetuti tentativi di destabilizzazione del Grande Medio Oriente sembrano avere una regia organizzata. Le riserve energetiche del sottosuolo in particolare il petrolio – dall’Iraq alla Libia – con l’avanzata dell’Isis, potrebbero essere controllate tutte dal neonato califfato. L’Onu resta a guardare.

 

La situazione del Medio Oriente nel 2012.
La situazione del Medio Oriente nel 2012.

 

Primavera araba, nessuna istanza democratica. Dall’Iraq alla Libia nascono focolai di rivolta, che a volte sfociano in vere e proprie guerre civili e che hanno portato a un’affermazione dell’ala più estrema dei movimenti islamici che vuole imporre la sharia (la legge islamica). Le istanze democratiche che si riteneva fossero il motore delle primavere in realtà erano solo riletture dei fatti in chiave occidentale.

La fame prima e l’unione sotto le dittature poi. Probabilmente il vero motivo delle varie proteste era, più semplicemente, la fame. Tutti i Paesi interessati dalle rivolte e oggi dominati – o in balìa – del fondamentalismo islamico, erano accomunati da una grande povertà e dall’insofferenza nei confronti dei loro governanti, spesso espressione di un islam moderato amico dell’Occidente che ha ridotto in condizioni di grande povertà le popolazioni. Le dittature, non amate dalla gran parte di questi popoli, avevano se non altro l’obiettivo e l’intenzione di tenere unita la nazione e di tutelare le minoranze, soprattutto quelle cristiane. Popoli, quelli del Medio Oriente, che evidentemente non erano ancora pronti per una vera democrazia.

Le minoranze al potere in Siria. Spesso i governanti stessi sono stati espressione di una minoranza. Come nel caso della Siria. Il tiranno Assad appartiene infatti alla corrente alawita, minoranza religiosa dell’islam sciita, e ha governato il Paese a maggioranza sunnita, in cui vivono altre confessioni come drusi, ebrei e cristiani, senza dimenticare l’etnia dei curdi. Al Paese, di 22 milioni di abitanti, tre anni di guerra sono costati quasi 200 mila morti, 3 milioni di profughi nei paesi vicini e almeno altri 5 milioni di profughi interni. E oggi la situazione non accenna a migliorare: Assad ha ottenuto alcune importanti vittorie, anche grazie agli aiuti dei suoi alleati: l’Iran e i libanesi di Hezbollah. All’opposizione, l’Esercito Libero Siriano, gode della simpatia di Arabia Saudita e Qatar. Ma i moderati devono combattere anche contro i gruppi di ribelli islamici più estremisti e in particolare contro l’ISIS: i jihadisti hanno recentemente catturato e decapitato una cinquantina di soldati dell’esercito siriano libero. Le foto delle teste mozzate sono finite sui social network e hanno fatto il giro della rete. In questi giorni la guerra di Siria si sta espandendo anche in Libano, che ospita oltre un milioni di rifugiati siriani. Al confine tra i due Paesi, ci sono stati più volte scontri tra esercito e miliziani jihadisti. L’appoggio di Hezbollah, il partito di Dio di natura sciita, al governo di Assad ha esacerbato le tensioni con la componente sunnita del Paese dei Cedri.

Iraq, il terrorismo dell’ISIS. Dell’Isis, lo stato Islamico della Siria e del Levante, non riconosciuto a livello internazionale, si è già detto. Gli stessi leader musulmani moderati rigettano ogni istanza dell’Isis e del suo sedicente califfo al-Baghdadi. In Iraq, dove l’Isis si è sviluppato, dalla caduta della dittatura di Saddam Hussein si è consumata una guerra civile e una sistematica persecuzione delle minoranze. I cristiani sono costretti a fuggire dalle loro case per evitare la morte sicura.

L’Egitto in una morsa, tra Libia e Gaza. In Egitto le cose sembra vadano un po’ meglio. Con la rivoluzione del 25 gennaio 2011 è crollato il regime di Hosni Mubarak. Gli sono succeduti i Fratelli Musulmani, è stata redatta una nuova Costituzione, i militari hanno preso il sopravvento e assunto la regia di un passaggio verso una presunta laicità che ha generato solo morti.

Ma confinante con l’Egitto c’è la Libia, ormai precipitata in un caos da guerra civile. Dopo che il controverso generale Kalifa Haftar ha intrapreso l’operazione Dignità per liberare il Paese dall’estremismo islamico, sono scoppiate una serie di violenze settarie. Le milizie di Zintan e le milizie islamiste combattono da giorni all’aeroporto di Tripoli, e i ribelli jihadisti hanno proclamato l’emirato islamico di Bengasi. Non è chiaro se questo faccia parte di un progetto più ampio e organizzato o se sia solo un’emulazione del califfato. Sta di fatto che Haftar è fuggito in Egitto e i moderati si sono arresi dopo due mesi di battaglie. L’Egitto, con il presidente Al-Sisi nemico dei musulmani, si trova quindi chiuso in una morsa: a ovest la Libia e il suo nascente islamismo, e a nord-est la Striscia di Gaza. Se Hamas dovesse risollevarsi dall’offensiva israeliana è probabile che il Paese dei Faraoni venga soffocato da rigurgiti fondamentalisti.

Palestina, la guerra ridefinisce le strategie mediorientali. Diverso, ma solo in parte, il caso palestinese che da sempre occupa una posizione particolare nel Medio Oriente. Dopo anni di occupazione da parte di Israele, due intifada, decenni di clausole non rispettate, naufragi dei negoziati, in Palestina sembra che delle istanze moderate e laiche di Abu Mazen non importi a nessuno. La frattura post elezioni 2006, in realtà iniziata già molti anni prima con gli eventi che hanno favorito la nascita di Hamas, ha portato l’islamismo radicale nella Striscia di Gaza che ha generato un’escalation di violenze tradotte poi in guerra. In otto anni ci sono state tre operazioni militari, 2009, 2012 e oggi, che hanno massacrato migliaia di civili e hanno costretto alla fuga centinaia di migliaia di innocenti. Quel che è certo è che la guerra su Gaza sta ridefinendo le alleanze strategiche dei Paesi mediorientali.

Il Qatar supporta i jihadisti. In questo intricato groviglio di relazioni anche il Qatar ha fatto la sua parte, fornendo il supporto ai jihadisti. Nessuna notizia ufficiale, ma da mesi in rete circola un documento in cui il Qatar rivendica la paternità di «1.800 volontari dai Paesi del Maghreb arabo e del Nord Africa pronti per combattere in Iraq, dopo aver terminato l’addestramento nei campi di Zintan, Bengasi, Zauia e Misurata».
Per raggiungere l’obiettivo di aumentare il potere in Medio Oriente ai danni dell’Arabia Saudita, l’emirato ha promosso una politica favorevole a governi di stampo islamista, sostenendo dichiaratamente il movimento dei Fratelli Musulmani in Tunisia, Libia, Egitto e Siria. Il leader della destra ultranazionalista israeliana Naftali Bennet ha definito il Qatar come il più grande sponsor del terrorismo nel mondo.
Non va dimenticato che la principale tv araba al-Jazeera ha sede a Doha, in Qatar. Anch’essa è uno strumento utile al supporto nei confronti dell’avanzata islamsta, soprattutto in contrasto con l’Arabia Saudita e le altre petrolmonarchie del Golfo.

Turchia, il mediatore tra Hamas e USA. C’è poi la Turchia, che gioca il ruolo di mediatore tra gli Stati Uniti e Hamas, ferma restando la sua ostilità nei confronti di Israele. Pur essendo storici amici degli americani i turchi hanno un premier, Recep Tayyp Erdogan, che soffre di deliri di onnipotenza e le sue tendenze autoritarie ormai sono fuori controllo. La deriva islamista turca è un pericolo reale, soprattutto alla viglia elettorale. Alla Turchia, inoltre, per quanti riguarda il fronte iracheno, ha tutto interesse che il paese rimanga unito. Sono importanti, infatti gli interessi energetici che la Turchia ha nel nord del Paese dove le spinte autonomiste curde sono una realtà sempre più concreta.

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