Problemi prevedibili

I tablet del referendum lombardo in verità sono inutilizzabili altrove

I tablet del referendum lombardo in verità sono inutilizzabili altrove
02 Febbraio 2018 ore 08:00

L’investimento sui tablet che sono serviti per svolgere il primo voto elettronico in Italia era stato giustificato dalla possibilità di riutilizzarli come strumento di studio nelle scuole. Ma non è andata proprio così.

Il voto elettronico. Il referendum consultivo in Lombardia è quasi stato dimenticato, anche a causa della campagna elettorale per politiche e regionali del 4 marzo che ormai occupa le pagine dei giornali da settimane. La scelta della giunta regionale di investire in maniera generosa sul voto elettronico è stata criticata dalle opposizioni, preoccupate soprattutto per il costo molto elevato dei dispositivi. Il risultato finale era stato descritto in maniera diametralmente opposta dalle varie parti politiche, tra chi ha parlato di un vero e proprio trionfo e chi invece denunciava numerosi malfunzionamenti e disservizi. Alcuni problemi ci sono stati, anche se ad esempio il timore per gli attacchi hacker non ha trovato riscontri alla prova pratica. Le difficoltà, secondo le ricostruzioni dei giorni successivi, hanno riguardato soprattutto l’installazione delle macchine e la loro configurazione.

 

 

Il costo dei tablet. L’acquisto dei 24mila tablet che hanno svolto la funzione di voting machine è costato 21 milioni di euro. La cifra comprende però anche la piattaforma software e la relativa configurazione dei dispositivi da parte di una società specializzata. La spiegazione di Maroni e dei promotori del referendum però aveva convinto la maggior parte degli scettici: i tablet infatti sarebbero stati riutilizzati in seguito alle votazioni come strumenti di studio nelle scuole lombarde.

La consegna alle scuole. Come previsto, a partire da dicembre, la Regione ha iniziato a distribuire i dispositivi nelle scuole. I primi 1500 tablet sono stati consegnati a sessanta scuole dell’area metropolitana di Milano per iniziare una sperimentazione che doveva terminare alla fine di gennaio. I primi riscontri però non sembrano essere incoraggianti: secondo i dirigenti scolastici coinvolti nella sperimentazione, intervistati dal Fatto Quotidiano, questi tablet sono quasi inutilizzabili per fini didattici. I problemi principali sembrano essere le dimensioni eccessive e un touchscreen poco responsivo. Anche il sistema operativo utilizzato, Ubuntu, non facilità la possibilità di trovare software adatti e facilmente utilizzabili, come invece avviene per i veri e propri tablet Android o Apple. Si tratterebbe insomma di vere e proprie voting machine, che poco hanno a spartire con i tablet di uso comune, con cui ormai giovani e meno giovani hanno una certa dimestichezza.

 

 

Problemi prevedibili. Il fallimento di questa prima sperimentazione non è però una sorpresa, almeno per chi aveva analizzato da vicino i tablet, traendo le stesse conclusioni ben prima dello svolgimento del referendum. Un articolo pubblicato da DDay.it, sito di hi-tech collegato al Corriere della Sera, già a luglio anticipava gli stessi problemi, grazie ad una semplice analisi dei dispositivi. Anche la spesa di 21,7 milioni di euro era stata giustificata non dal costo dei dispositivi ma dal pagamento di tecnici e del software, forniti da una società che vende questi dispositivi chiamandoli con il loro nome: voting machine. Fin dall’inizio era chiaro quindi che non si trattasse di veri e propri tablet e che una conversione fosse quantomeno improbabile.

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