Un milione in fuga

Ultima offerta per la pace Ma sull’Ucraina non c’è intesa

Ultima offerta per la pace Ma sull’Ucraina non c’è intesa
07 Febbraio 2015 ore 18:27

Non sono soltanto l’Isis e la Libia a metterci in qualche imbarazzo. A venticinque anni dalla caduta del Muro, Nato e Russia sono nuovamente ai ferri corti.

A Bruxelles i ministri della Difesa dell’Organizzazione Atlantica hanno concordato da giorni di dare il via al «più grande rafforzamento dalla fine della guerra fredda» per «rispondere alle sfide da est e da sud». Dall’altro lato delle barricata Vladimir Putin ha richiamato in servizio i riservisti per due mesi. Ordinaria amministrazione, hanno detto al Cremlino. Le coincidenze non esistono, rispondono in coro a Kiev, Bruxelles e Washington.

E così, saltando a piè pari l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini – che Renzi ha imposto alla UE – giovedì scorso il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande sono volati a Kiev per incontrare il leader ucraino Petro Poroshenko. Il giorno dopo – venerdì – si sono recati a Mosca per tentare di capire cosa intenda fare zar Putin. Tutto nell’intento di ricondurre alla ragione i belligeranti sul terreno «prima che il conflitto finisca fuori controllo», come ha spiegato il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier. Dato però che il conflitto non si svolge solo sul terreno, nella capitale ucraina Merkel e Hollande hanno incontrato – altra coincidenza – il segretario di Stato americano John Kerry, che ha detto ai giornalisti che i due avrebbero ricevuto da Putin alcune proposte top-secret alle quali sarebbero pronti a rispondere in maniera costruttiva, a quanto riferito anche dalla controparte.

Secondo il Telegraph, la controposta dei due leader europei consisterebbe nella concessione di una maggiore autonomia alle regioni dell’Ucraina orientale, senza però che si debba giungere a mutare la Repubblica Ucraina in Stato federale. Per permettere l’entrata in vigore del piano, Merkel e Hollande faranno pressioni alle due parti per stabilire una nuova tregua che obblighi i contendenti a ritirare artiglieria e altre armi pesanti dal fronte. Sarebbe già un bel passo, anche se molti temono che, non essendo nominati, gli atti di guerriglia e di danneggiamento reciproco continuerebbero indisturbati. Nell’occasione il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, garantendo il «sostegno» dell’Alleanza all’iniziativa solitaria – per quanto concordata con i 28 paesi della UE – di Berlino e Parigi, ha fatto sapere a Mosca che «un genuino sforzo» per una soluzione pacifica del conflitto sarebbe cosa gradita.

Mantenendosi dietro le quinte (ma non poi tanto dietro) di questa offerta di collaborazione Washington lascia intravedere cosa pensi di tutta la faccenda. Se infatti Kerry ha voluto rassicurare tutti sul fatto che l’Occidente non sta cercando il conflitto, dall’altra ha voluto far sapere che nel suo Paese l’ipotesi di fornire armi all’Ucraina non è mai stata dichiarata decaduta. Berlino, Parigi e Roma hanno rizzato le orecchie, molto preoccupate. Ursula van der Leyen, ministro della Difesa tedesco, l’ha definito il solo annuncio dell’ipotesi «un passo sbagliato». La nostra Roberta Pinotti si è detta seccamente «contraria»: «in un momento in cui c’è una escalation, [l’invio di armi a Kiev] sarebbe una misura che ulteriormente la rafforza, un incentivo all’aumento della temperatura che invece dobbiamo assolutamente raffreddare».

Germania e Italia, con Francia, Gran Bretagna, Polonia e Spagna, saranno tra le sei “nazioni quadro” che guideranno a rotazione la nuova “Nato Responce Forcè (Nrf)”, il cui rafforzamento – deciso al vertice di settembre in Galles – è passato all’unanimità nella ministeriale Difesa. Quanto poi conti una simile investitura formale è tutto da decidere.

 

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Alla fine l’incontro a tre c’è stato. Venerdì si sono parlati senza nessuno nelle vicinanze. I segreti di cui ha parlato Kerry devono essere davvero molto segreti. Il colloquio sembra che non abbia portato a nulla di consistente, come del resto inconcludente sembra sia stata la successiva cena, che prevedeva molti invitati (e forse proprio per questo). È vero che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskovi ha definito l’incontro “concreto e costruttivo”; è vero altresì che ha annunciato l’esistenza di un accordo per la “preparazione” di un futuro piano di pace in grado di integrare le proposte franco-tedesche e quelle dei presidenti di Russia e Ucraina. Ma quando i passi da fare per raggiungere un risultato non solo sono al futuro incerto, ma prevedono anche anche una serie di passi successivi (in questo caso bisogna ancora accordarsi su come preparare un piano per la preparazione di un accordo ecc. ecc.) c’è poco da stare allegri.

E questo spiega la sconsolata dichiarazione odierna del cancelliere Merkel alla conferenza di Monaco sulla sicurezza: «Dopo i colloqui di ieri posso dire che è incerto che questi abbiano avuto successo, ma ha certamente avuto valore il tentativo». Dopo di che ha aggiunto una sua opinione fondamentale, per altro nota da tempo: «La sicurezza in Europa è con la Russia e non contro la Russia». E questa è un’idea che fa bene sperare. Il presidente Hollande ha ulteriormente incupito i toni: «Era l’ultimo tentativo. Se non riusciamo a trovare un accordo sappiamo che c’è un solo scenario all’orizzonte… E si chiama guerra».

È probabile che la prospettiva finale sia stata agitata essenzialmente per convincere i partner europei a sottoscrivere le condizioni, al momento ancora segrete, di un accordo con la Russia. Come a dire: noi abbiamo trattato; Putin ci ha detto che accoglierebbe le nostre proposte, ma si è anche detto sicuro che non otterranno parere favorevole in sede UE (altrimenti a Mosca ci sarebbe venuta la Mogherini, non voi due); dunque, amici europei, dateci una mano perché altrimenti finisce male davvero. Laciamo perdere Kerry e i suoi per almeno qualche giorno.
Hollande deve quindi aver parlato col presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che si è mostrato incredibilmente «ottimista». Da parte sua il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, anche lui a Monaco di Baviera, si è detto certo che negoziati «continueranno» e che «ci siano buoni presupposti per una soluzione». Forse conta sul fatto che il presidente Martin Schulz, da buon tedesco, non voglia esporre la sua concittadina ad un fiasco diplomatico. E anche sulla speranza che l’Europa – Stati baltici a parte, perché quelli non si convinceranno mai – si decida a girare lo sguardo verso est.

Al momento l’unica notizia certa è che è in preparazione un documento in grado di rendere effettivi gli accordi di Minsk del settembre scorso, per altro mai rispettati da nessuno e, anzi, ritenuti da più parti una comoda copertura per poter continuare ad agire indisturbati da entrambi i lati del fronte, peraltro assai poroso. Merkel è sembrata categorica nel richiedere che non venga toccata l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma è impossibile che non sappia che un risultato del genere non può essere raggiunto in alcun modo. Dal canto suo il capo della diplomazia russa Lavrov ha ripetuto le accuse all’Occidente – e agli USA in particolare – di aver creato negli anni le tensioni che stanno ora giungendo al punto di rottura. La colpa, secondo Lavrov, non è dell’Ucraina. Essa va attribuita essenzialmente all'”ossessione americana” per la difesa missilistica in Europa, la quale Europa male ha fatto a sua volta ad andar dietro al potente alleato. Come a dire: se date retta alla signora Merkel, che ha capito bene che la difesa dell’Europa si ottiene facendo pace con noi, la pace tornerà immediatamente.

Nell’attesa una tregua è stata decisa sul fronte caldo di Debaltseve, 40 chilometri a nordest della roccaforte ribelle di Donetsk. Un corridoio umanitario è stato concordato tra Kiev e i ribelli per evacuare i civili: sono quasi tremila le persone che hanno abbandonato le loro case, tra cui tra cui circa 700 bambini e 60 disabili, a bordo di oltre 20 pullman, da Debaltsevo, Avdiivka e Svitlodar, quasi tutti verso località controllate da Kiev (Sloviansk, Sviatogorsk, Kramatorsk e Grodovka), ma anche nella vicina regione di Kharviv. «Quando la gente muore sotto le bombe, chiedere una tregua o un cessate il fuoco ha sempre senso. E considero un successo che si sia riusciti ad aprire un corridoio umanitario per evacuare i civili da Debaltseve» ha commentato Federica Mogherini. [Repubblica.it]
Dopodiché il comandate supremo della Nato, Philip Mark Breedlove, ha fatto sapere che secondo lui «È un errore escludere l’intervento militare in Ucraina». Per intervento militare, ha poi precisato, non si intendono truppe di terra: solo invio di armamenti. Come i russi parlano di «ossessione americana» per i missili, gli americani pensano che Putin non sia in alcun modo affidabile. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è con lui.

Assumere questa posizione equivale a dire a Merkel e Hollande: trattate pure, ma sappiate che qualunque cosa Putin vi dirà noi continueremo a inviare armi in Ucraina perché l’orso russo non farà mai quel che ha promesso di fare. E agli europei: avete mandato Merkel e Hollande per non impegnarvi direttamente, ma state tranquilli che noi non vi permetteremo mai – né in chiaro né in criptato – di accordarvi con Mosca.

Vedremo cosa succederà domani – domenica – quando il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca discuteranno il piano di pace in Ucraina incontrandosi in una conferenza telefonica con il presidente russo Vladimir Putin e con quello ucraino Petro Porosohenko.

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