Boom di decessi rispetto alla media

Perché l’anno scorso in Italia sono morte 68mila persone in più

Perché l’anno scorso in Italia sono morte 68mila persone in più
Cronaca 11 Febbraio 2016 ore 06:00

Verso la fine del dicembre scorso, il demografo Giancarlo Blangiardo, dopo aver analizzato alcuni studi dell’Istat, aveva riportato un dato piuttosto curioso: nel 2015, in Italia, sono morte 68mila persone in più rispetto alla media degli anni precedenti. Un incremento del genere non si verificava addirittura dal 1943, ed è superfluo spiegare perché accadde anche in quell’anno. Eppure, non siamo in periodo di guerra (non direttamente nel nostro Paese, perlomeno), l’aspettativa di vita è notevolmente aumentata negli ultimi 70 anni, non sono in corso epidemie o elementi che possano causare decessi di massa. Che è successo allora, nel 2015 in Italia, perché si siano verificati così tanti decessi in più?

 

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Gli approfondimenti effettuati. Occorre anzitutto sottolineare che il tema dell’invecchiamento generale della popolazione italiana ha avuto sì una sua incidenza, ma decisamente relativa: di questi 68mila morti in più, infatti, solo 16mila possono essere considerati decessi derivanti da un aumento dell’età media degli italiani. Resta, dunque, un cospicuo numero che necessita di una spiegazione.

Il primo approfondimento effettuato per specificare meglio gli studi di Blangiardo è stato ad opera del dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio e del Ministero della Salute, che ha analizzato le medie dei decessi del 2015 rispetto a quelle del quinquennio precedente ragionando su base stagionale. I risultati ottenuti confermano l’elevata mortalità del 2015 (+11 percento rispetto al riferimento) mettendo in luce un picco nei primi tre mesi dell’anno (+13 percento), correlabile al punto massimo dell’epidemia influenzale, e uno nel periodo estivo (+10 percento), associabile alla forte ondata di calore dell’estate 2015. Questi incrementi stagionali hanno coinvolto in maniera particolare gli anziani (gli ultra 85enni, nello specifico), buona parte dei quali con pregressi problemi respiratori o cardiovascolari. La particolare violenza del ceppo influenzale dello scorso anno, la non perfetta efficacia del vaccino distribuito, e le temperature anormali dei mesi estivi hanno, dunque, amplificato le patologie di molti, fino anche al decesso. «Un aumento dei decessi nei mesi invernali era stato già segnalato a livello europeo e attribuito alla particolare virulenza dell’epidemia influenzale della stagione 2014-2015 e, in parte, alla minore efficacia del vaccino», sottolinea Paola Michelozzi, prima firmataria del lavoro. «In Italia la situazione potrebbe essersi ulteriormente complicata in seguito all’allarme suscitato dal caso Fluad, che ha comportato un minor accesso alle vaccinazioni da parte dei soggetti più suscettibili, gli anziani. La mortalità estiva è molto probabilmente associata alle ondate di calore di luglio, particolarmente intense e di lunga durata».

 

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La mancanza di natalità della Prima Guerra Mondiale. Ulteriori approfondimenti circa questi studi sono stati effettuati da Cesare Cislaghi, Giuseppe Costa e Alberto Rosano, rispettivamente economista sanitario, epidemiologo, demografo. La lente, in questo caso, si è concentrata sulla composizione della popolazione, da cui è emerso che nel 2015 hanno avuto una forte incidenza gli effetti addirittura della Prima Guerra Mondiale. Tra il 1917 e i 1920 si è verificato un forte calo di natalità che si traduce nella “mancanza” di oltre 250mila nati in quegli anni. “Il transito di questi soggetti nel periodo da noi considerato ha portato i sopravvissuti che nel 2009 avevano tra gli 89 e i 92 anni ad avere nel 2015 tra i 95 e i 98 anni di età. Gli ultranovantenni del 2015, per lo più facenti parti delle coorti successive al 1920, sono il 40 percento in più degli ultranovantenni del 2009. Quindi se c’è un 40 percento in più di soggetti a rischio di manifestare un evento, cioè il decesso, ci si deve anche aspettare che ci sia un 40 percento in più di eventi, cioè di decessi”.

Dunque: niente paura. Se a tutto quanto detto si aggiunge il fatto che il 2014 è stato un anno particolarmente benigno in termini di decessi (-5,9 percento rispetto alle medie degli anni precedenti, e dunque la stessa media si è discretamente abbassata), si capisce come queste 68mila morti in più non rappresentino un vero campanello d’allarme. I problemi legati al vaccino Fluad, un’ondata influenzale particolarmente violenta, il caldo torrido e anormale, e il discorso legato agli effetti della mancanza di natalità negli anni della Prima Guerra Mondiale: il 2015 è stato un anno che ha visto coagularsi una serie di circostanze certamente non ottimali.

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