Oltre duecentomila metri cubi di rifiuti liquidi trasformati in un mare tossico che ha invaso terreni e canali tra Brescia e Bergamo. È questo il cuore dell’inchiesta che questa mattina, mercoledì 4 febbraio, ha portato al sequestro di un impianto di biogas a Chiari, come riportato da PrimaBrescia. L’operazione, disposta dal Tribunale di Brescia su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, è stata condotta dai militari del Gruppo Carabinieri Forestale di Brescia in collaborazione con Arpa.
Le indagini della Dda hanno smascherato una società attiva nel settore delle energie rinnovabili, che tra il 2021 e il 2024 avrebbe gestito un traffico illecito di rifiuti liquidi pari a 209.000 metri cubi: un volume sufficiente a riempire 83 piscine olimpioniche o circa 7.000 autobotti. Per massimizzare i profitti energetici e azzerare i costi di smaltimento, l’azienda avrebbe tenuto spento o inattivo l’impianto di abbattimento dell’azoto, il cosiddetto Sbr (Sequencing Batch Reactor). Il risultato è stato il superamento sistematico dei limiti consentiti per le “Zone Vulnerabili ai Nitrati”, mettendo a rischio le acque sotterranee e l’ambiente circostante.
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Il digestato prodotto dall’impianto non si è fermato all’interno dei confini aziendali: è stato sparso sui terreni agricoli di otto comuni – Chiari, Urago d’Oglio, Pontoglio, Rudiano, Castelcovati, Palazzolo sull’Oglio, Coccaglio e Calcio – e in alcuni casi sversato illegalmente nei canali irrigui, aggravando l’impatto ambientale.
L’impianto è stato posto sotto sequestro e nominato un amministratore giudiziario per garantirne la gestione controllata. Contestualmente è stato disposto il sequestro preventivo di beni per un valore di circa 1,25 milioni di euro. Cinque persone – tra amministratori e gestori – risultano indagate per traffico illecito di rifiuti, smaltimento illecito, falso in atto pubblico e impedimento al controllo. Alla società è stata contestata anche la responsabilità amministrativa, con l’obiettivo di neutralizzare i presunti vantaggi economici derivanti dai reati a danno dell’ambiente e della concorrenza leale. Un’indagine che getta luce sull’altra faccia delle energie rinnovabili: quando il verde diventa tossico e la legalità un optional.