Cronaca
L'incubo è finito

Vanessa è tornata a casa, l'abbraccio della gente

Vanessa è tornata a casa, l'abbraccio della gente
Cronaca 18 Gennaio 2015 ore 07:00

Vanessa Marzullo è finalmente tornata a casa, letteralmente. Alle 14.40 di sabato 17 gennaio l'auto guidata dal padre, Salvatore Marzullo, è giunta in via Adua, a Verdello, innanzi all'abitazione della famiglia. A bordo della Mercedes c'era Vanessa insieme al fratello e alla madre. Tantissimi giornalisti, fotografi e cameramen presenti per immortalare il momento e strappare delle parole alla ragazza, che è però molto stanca e s'è subito infilata in casa, dove ha riabbracciato i parenti. Amiche e cugine l'hanno accolta con degli striscioni di bentornata. Nel frattempo continuiamo a seguire le notizie sul rientro in Italia suo e di Greta Ramelli. Sono state sentite dalla Procura di Roma, a cui hanno raccontato i momenti della cattura, le paure dei 5 mesi di prigionia e le sensazioni che hanno vissuto: «Non ci hanno mai minacciato o violentato. Ci hanno detto che siamo state rapite per soldi». Continuano le polemiche sul riscatto, ma il ministro degli Esteri Gentiloni nega il pagamento di 12 milioni. Le prime parole delle due ragazze ai genitori, in cui si scusano anche con l'Italia intera. E la difesa di Roberto Andervill, responsabile del progetto Horryaty con le due giovani e accusato di esser stato un cattivo maestro: «Nessuno le ha obbligate. Decideranno loro se tornare in Siria». Il Fatto Quotidiano rende noto il contenuto di alcune informative dei Ros, che erano a conoscenza delle attività delle due cooperanti.

 

Vanessa è tornata a casa. «Sono contenta di essere finalmente tornata»: pochissime parole, le prime che Vanessa Marzullo ha rilasciato alla stampa. E l'ha fatto proprio nel primo pomeriggio di sabato 17 gennaio, quando è arrivata a Verdello dopo il lungo viaggio da Roma, quando è tornata, questa volta nel vero senso della parola, a casa. Tantissimi giornalisti e cameramen attendevano l'arrivo della ragazza, che si copriva il volto imbarazzata. Attorno a lei i familiari, a farle da scudo. È giunta a bordo di una Mercedes, da cui è sgusciata fuori e si è subito infilata nel vialetto di casa. Poco dopo, su richiesta dei tanti presenti, Vanessa si è affacciata alla porta di casa e, in lacrime, ha fatto dei cenni di saluto. L’auto è arrivata poco dopo le 14.30, guidata dal padre. Con loro, a bordo, anche il fratello Mario e la mamma, Patrizia. Davanti all’abitazione in via Adua, a Verdello, amiche e cugine hanno srotolato degli striscioni di bentornata a casa.

 

M_AL1106 (1)

12 foto Sfoglia la gallery

È il padre, Salvatore, a venire invece a parlare con i giornalisti: «Ringraziamo tutti, dal Governo a chi ci è stato vicino in questi mesi. È stata una brutta storia ma a lieto fine per fortuna. Ora Vanessa ha bisogno di alcuni giorni di riposo e di serenità. Dopo racconterà quello che è successo». Poi ha aggiunto: «È stanca, molto, ma l'ho trovata bene. Adesso vogliamo qualche giorno di tranquillità». E a chi gli chiedeva un commento sul viaggio di sua figlia in Siria ha risposto semplicemente: «Ha fatto una cosa pericolosa, non sbagliata».

 

Spunta un fascicolo dei Ros sulle attività delle ragazze. Sabato 17 gennaio, Il Fatto Quotidiano ha reso nota l'esistenza di una serie di informative riservate dei Ros riguardanti proprio l'attività di Vanessa e Greta. Da questi documenti si capisce che le due giovani erano partite per la Siria non solo allo scopo di aiutare i civili vittime della guerra, ma anche con l’intenzione di distribuire kit di salvataggio destinati ai combattenti islamisti anti-Assad. Così le due potrebbero esser rimaste vittime proprio di quelli che volevano soccorrere sul campo di battaglia. Retroscena inediti, documenti che risalgono ad aprile, quando c'era da poco stato il primo viaggio in terra siriana di Greta Ramelli in compagnia dell'amico Roberto Aldervill. In queste informative solo riportate anche le intercettazioni telefoniche di alcune telefonate avvenute tra Greta e un siriano 47enne di Aleppo, Mohammed Yaser Tayeb, che fa il pizzaiolo ad Anzola dell’Emilia, provincia di Bologna, ma che gli investigatori considerano un militante islamista in quanto legato ad altri siriani impegnati in «attività di supporto a gruppi di combattenti operativi in Siria a fianco di milizie contraddistinte da ideologie jihadiste».

Si scopre così che le due giovani, quando parlavano della loro associazione Horryaty, tenevano molto al fatto che fosse chiaro che, a differenza di altre organizzazioni che si ponevano in modo neutrale circa i fatti politici siriani, loro erano invece dichiaratamente a favore dei ribelli anti-Assad. La loro idea era supportare la rivoluzione, sia con aiuti concreti (cibo e medicine), sia organizzando corsi di primo soccorso.

 

Il responsabile di Horryaty: «Decideranno loro se tornare in Siria». Ha parlato a La Stampa Roberto Andervil, il responsabile di Horryaty, il progetto umanitario che ha fondato con l'aiuto proprio di Vanessa e Greta e a nome di cui le due giovani hanno deciso di andare in Siria per fare volontariato. In questi mesi è spesso stato criticato, accusato di aver fatto il lavaggio di cervello alle due ragazze, di aver mandato in una terra così difficile due giovane incoscienti e ingenue perché lui aveva troppa paura nonostante abbia circa il doppio dei loro anni. Lui è stato quasi sempre in silenzio, ma ora che le due ragazze sono state liberate ha deciso di parlare. «La gente mi insulta - dice -, ma solo in Italia a 20 anni sei ancora un bambino. Ho ricevuto valanghe di offese in rete, ma non ci bado. Io voglio solo precisare che non ho mai costretto Vanessa e Greta a partire. Poi, ovviamente, capisco: nessun genitore può essere contento di vedere un figlio in zona di guerra».

 

roberto andervill

 

Poi dedica un pensiero alle due amiche rientrate finalmente in Italia: «Adesso conta soltanto che Greta e Vanessa possano riprendersi una vita normale. Di Horryaty ne parleremo quando sarà il momento. Decideranno loro se andare avanti o chiudere...».

 

Il racconto ai pm. Alle 17 di venerdì 16 gennaio Vanessa e Greta, rientrate in Italia da appena mezza giornata, sono uscite dagli uffici romani della sede dei Ros dove hanno incontrato i procuratori che le hanno ascoltate. Le prime indiscrezioni sono trapelate negli istanti immediatamente successivi: le due giovani, seppur impaurite, hanno precisato che non hanno mai subito violenze o minacce. Sabato 17 gennaio sui quotidiani nazionali sono uscite ulteriori indiscrezioni circa il loro racconto ai pm. In primis sui concitati momenti della cattura: «Siamo arrivate ad Aleppo il 31 luglio. Ci ospitava nella sua casa il capo del Consiglio rivoluzionario siriano. Dopo appena poche ore sono arrivate due auto con alcuni uomini armati e siamo state portate via. Stavamo a testa bassa, cercavamo di non guardarli in faccia. Loro comunque avevano il volto coperto».

4 foto Sfoglia la gallery

Vanessa, l'unica delle due a conoscere qualche parola di arabo, ha provato a chiedere spiegazioni, ma «i rapitori parlavano poco, soltanto uno diceva qualche parola di inglese». Con loro non c’era il giornalista de Il Foglio Daniele Raineri, che le aveva accompagnate fino a lì ma si era poi diviso da loro. Ma il punto più importante del loro racconto è un altro: «Dopo essere state catturate abbiamo chiesto "perché lo fate?" E loro ci hanno risposto: "per soldi"». Ecco quindi che prende ancora più forza l'ipotesi per la loro liberazione lo Stato italiano abbia pagato i miliziani. Ma le due giovani negano di sapere qualcosa in più. I mesi successivi sono stati difficili, pieni di paura, ma senza maltrattamenti. Sono state spostate spesso, ma i carcerieri avevano sempre il volto coperto. Anche se le due giovani sono certe che «c'era anche qualche donna tra loro».

 

«Scusateci. Volevamo solo fare del bene...». Dopo le prime novità, diffuse nelle scorse ore, dal quotidiano locale La Prealpina e riprese da noi di Bergamo Post, anche La Repubblica ha raccontato i commoventi istanti in cui Vanessa e Greta hanno potuto riabbracciare le proprie famiglie, chiuse negli uffici dell'aeroporto di Ciampino dove sono atterrate dopo un volo di tre ore dalla Turchia alle 4 di venerdì 16 gennaio. Greta si è lanciata nell'abbraccio dei suoi e, in lacrime, ha detto: «Scusa mamma se ti ho fatto tanto male... ci scusiamo entrambe... con voi e con tutta l'Italia. Non tornerò mai più in Siria». Anche la bergamasca Vanessa, con la voce rotta dal pianto, è riuscita a dire qualcosa: «Volevamo solo aiutare dei poveri bambini, quello era il nostro obiettivo. Ma sì, abbiamo sbagliato a farlo in quel modo». Momenti di commozione a cui non hanno potuto giustamente assistere giornalisti e cameramen, ma che vengono raccontati da diversi presenti. Greta poi, riabbracciando il fratello, ha anche chiesto con preoccupazione che cosa si dicesse su di loro sui social: «Chissà quante ce ne stanno dicendo...» ha detto. Il fratello le ha sorriso e l'ha tranquillizzata: «C'è grande solidarietà».

 

   

L'attesa per il rientro a Brembate e Gavirate. Vanessa e Greta erano attese nei rispettivi paesi di residenza già nella tarda serata di venerdì 16 gennaio, dopo che a Roma hanno incontrato i rappresentanti della Procura per un interrogatorio necessario dopo l'apertura di un fascicolo per rapimento. Invece, secondo le ultime notizie, il rientro è stato spostato alle prime ore del pomeriggio di sabato 17. Erano stanche e avevano bisogno di riposare. Al loro fianco, naturalmente, sempre le famiglie. Intanto, però, nei due Comuni è tutto pronto per le grandi feste organizzate per riabbracciarle. Sia a Brembate che a Gavirate non si fanno polemiche, anzi, si ha solo voglia di rivederle. A Brembate, il sindaco Mario Doneda ha realizzato due striscioni che ora campeggiano agli ingressi del paese, con scritto semplicemente "Vanessa e Greta bentornate".    

 

striscione a Brembate  

Tra i primi a decidere di parlare con la stampa dopo la notizia della liberazione delle due ragazze, è stato il parroco del comune nella provincia di Bergamo, don Cesare Passera: «Questo è solo il momento dell’abbraccio». A Brembate è festa anche nel pub affianco alla trattoria di proprietà del padre di Vanessa, Salvatore Marzullo, dove la ragazza andava spesso a bere un caffè e fare due chiacchiere. Qui c'è chi proprio non ha digerito le polemiche nate sui social: «Come si fa a parlare e a scrivere così di due ragazze? Sprovvedute? Forse, ma erano animate da un grande cuore: sono andate in Siria per aiutare la gente» commentano i presenti. E in entrambi i paesi le campane sono pronte a suonare nuovamente a festa, proprio come accaduto dopo l'annuncio della loro liberazione.  

 

 

 

Le prime indiscrezioni sull'interrogatorio. Filtrano dagli uffici della Procura di Roma le prime indiscrezioni circa l'interrogatorio, conclusosi intorno alle 17 di venerdì 16 giugno, a Vanessa e Greta nella sede dei carabinieri del Ros di Roma. Le due volontarie, secondo quanto si è appreso, hanno detto di essere state sempre in Siria. Sono stati 5 mesi difficili, ma senza alcuna violenza nei loro confronti. Hanno spiegato di aver cambiato più prigioni, restando però sempre nella zona Nord della Siria. Non hanno escluso di essere passate nelle mani di più carcerieri, anche se le due ragazze non gli hanno mai visti in faccia, essendo rimasti sempre a volto coperto. Durante la loro prigionia, Greta e Vanessa, che hanno detto di non aver saputo nulla circa il pagamento di un riscatto per la loro liberazione, sono sempre rimaste assieme. Hanno poi aggiunto: «Non siamo mai state minacciate direttamente di morte. Non c'è mai stato un uso sistematico della violenza» durante i mesi del sequestro.    

 

Miliziani vicini ad al-Nusra negano pagamento del riscatto. Mentre in Italia continuano le polemiche sul riscatto che l'Italia avrebbe pagato per la liberazione di Vanessa e Greta, un account Twitter riconducibile ai miliziani siriani di al-Nusra (carcerieri delle due giovani fino a pochi giorni fa), smentisce oggi che il gruppo, legato ad al-Qaeda, abbia ricevuto denaro dall’Italia: «Il motivo del loro arresto è che molti agenti dei servizi segreti occidentali entrano (in Siria, ndr) come operatori umanitari. Le due ragazze sono state prese e sono state interrogate. E poi sono state rilasciate». Ha twittato queste parole Abu Khattab al-Shami, che si definisce un jihadista nella file di “al-Nusra di al-Qaeda del Jihad nella terra di al-Sham”.    

 

Greta Ramelli: «Vi chiedo scusa». Greta Ramelli, la 21enne che è tornata in Italia nella notte tra il 15 e il 16 gennaio insieme all'amica ventenne Vanessa Marzullo, dopo oltre 5 mesi di prigionia nelle mani di carcerieri jihadisti, ha rilasciato poche e semplici dichiarazioni. È molto stanca, provata. Ma in tanti attendevano le parole delle due ragazze e Greta ha così deciso di rompere il silenzio, come riporta il sito del quotidiano locale varesotto La Prealpina: «Chiedo scusa a mia madre, alla mia famiglia e a tutti gli italiani. Vi ho costretto a vivere un inferno. Grazie a tutti quelli che hanno lavorato per riportare a casa Vanessa e me. Grazie di cuore alla Farnesina». Greta dovrebbe rientrare a Gavirate, il suo comune di residenza in provincia di Varese, tra la sera di venerdì 16 gennaio e le prime ore di sabato 17. Lo stesso vale per Vanezza Marzullo, con tutta Brembate pronta a riaccoglierla.    

 

Gentiloni: «Non è stato pagato alcun riscatto». Mentre si concludeva l'interrogatorio della Procura di Roma a Vanessa e Greta, che hanno così potuto lasciare Roma per fare rientro, rispettivamente, a Brembate e Gavirate, alla Camera dei Deputati il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha tenuto un discorso per informare l'assemblea circa i fatti che hanno portato alla liberazione delle due ragazze.   http://youtu.be/U0iz0gZBkL8   Al centro della discussione, naturalmente, la polemica sul riscatto: l'Italia ha veramente pagato 12 milioni di dollari i terroristi? «Solo illazioni - ha commentato seccamente il ministro -. L’Italia, in tema di rapimenti, si attiene a comportamenti condivisi a livello internazionale, sulla linea dei governi precedenti: è la linea dell’Italia». Applausi accompagnano le parole di Gentiloni, da parte però di un'assemblea alquanto scarna. Molto nutrito il gruppo di parlamentari del Pd, mentre ci si aspettava una presenza decisamente più alta per i grandi critici di questa liberazione, ovvero i deputati del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord, guidati da Matteo Salvini che ha alzato un gran polverone nelle ultime ore con i suoi tweet polemici.     

 

 

«Considero inaccettabile che in questo caso qualcuno si sia spinto a dire se la sono cercata, magari perché si tratta di giovani donne cooperanti - ha poi continuato Gentiloni -. Accanto alla prudenza, altre virtù non possono essere dimenticate: la generosità e il coraggio. Qualità che ho visto in tanti campi profughi, incontrando volontari e cooperanti italiani. L'Italia ha bisogno di loro. Credo che il Parlamento debba ringraziare questa generosità e questo coraggio, che naturalmente devono coordinarsi con l'azione dello Stato». Queste parole, in particolare, hanno ricevuto i consensi degli onorevoli presenti in aula, come si può comprendere dai tweet di Pia Locatelli e della giovane Lia Quartapelle

 

 

Gentiloni ha anche fatto luce su diversi aspetti della lunga e complicata trattativa che ha portato alla liberazione delle due giovani: «Le due connazionali non hanno mai purtroppo informato le autorità italiane della loro intenzione di raggiungere la Siria né del loro avvenuto ingresso nel Paese. Circa il gruppo che ha gestito il sequestro, ancorché esso si sia verificato in una zona in larga misura controllata da al-Nusra, risulta arduo segnare un preciso confine fra le assai diffuse attività criminali e iniziative di matrice politica-religiosa, intraprese da gruppi e sottogruppi spesso in conflitto fra loro per il controllo del territorio. Nel corso di questa vicenda si è poi sviluppata come di consueto una sorta di guerra mediatica fra i gruppi terroristici che non esitano a fare opera di disinformazione, attribuendosi rivendicazioni e facendo filtrare indiscrezioni prive di fondamento. Attorno a questo sequestro è gravitata un'ampia serie di personaggi che hanno tentato a più riprese di accreditarsi come mediatori e dalla cui attività di intossicazione si deve una impropria azione di vero e proprio depistaggio, con riferimenti iniziali all'Isis, minacce agli ostaggi e supposti riscatti». Il messaggio si è chiuso con «un pensiero speciale alle famiglie di padre Dall’Oglio e Lo Porto. Ancora due vicende che hanno bisogno dell’Italia e a cui stiamo lavorando con massimo impegno e discrezione. Leggo in queste ore di molti inviti alla prudenza e li condivido. E so che Greta e Vanessa saranno le prime a condividerli, dopo la drammatica esperienza che hanno vissuto. Tali inviti valgono per tutti: cooperanti e lavoratori, turisti, missionari e giornalisti».    

 

Il padre di Vanessa: «Mia figlia ha sbagliato a partire». È stata una notte di grandi emozioni per le famiglie di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Volate a Roma per riabbracciare le due ragazze, tornate in Italia dopo oltre 5 mesi nelle mani di carcerieri jihadisti in Siria, ora possono tirare un sospiro di sollievo. Stanno bene e sono finalmente a casa. Il primo a parlare è Salvatore Marzullo, padre di Vanessa, raggiunto telefonicamente dai colleghi di Radio 24. «Sono felicissimo» ha detto immediatamente, ma ha poi anche spiegato il motivo per cui non ha evitato a sua figlia, così giovane, di partire per un viaggio pericoloso come quello in terra siriana: «Ho cercato di dissuaderla in tutti i modi, ma era un suo desiderio, una sua convinzione al 100%. E purtroppo, essendo maggiorenne, non ho potuto fare altro, se non darle tutti i consigli del mondo. È chiaro che quella di Vanessa - continua Salvatore Marzullo - s'è rivelata una scelta sbagliata. Molte volte solo il coraggio non serve: bisogna usare la testa». Prevedibile la domanda sul futuro: lascerà che sua figlia parta ancora per fare del volontariato? «Non mi pare il discorso da fare in un momento del genere - ha risposto l'uomo -. Ora sono solo contento che siano tornate e ringrazio tutte le Istituzioni che hanno permesso di ottenere questo risultato».    

 

Attesa per l'informativa del ministro degli Esteri. Nel frattempo le ragazze stanno parlando con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e con i sostituti procuratori Sergio Colaiocco e Francesco Scavo. Gli inquirenti hanno infatti aperto un fascicolo per sequestro di persona con finalità di terrorismo. Al termine delle audizioni, i verbali, come da prassi, saranno secretati. La procura di Roma è titolare ad indagare su tutti gli episodi criminali ai danni di italiani che si trovano in zone di guerra. Il rientro, rispettivamente, a Gavirate e Brembate, è previsto per le ore 16 di venerdì 16 gennaio. Per dopo le 13, invece, è atteso il discorso del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alla Camera, dove riferirà sulla vicenda, anche per fare chiarezza sulle polemiche scoppiate nelle ultime ore.    

 

 

Il presidente del Copasir: «12 milioni? Cifra irrealistica». Continua a montare in queste ore, sia sui social che sui media italiani, la polemica circa il presunto riscatto da 12 milioni di dollari che l'Italia avrebbe pagato al gruppo jihadista al-Nusra (affiliato ad al-Qaeda) per la liberazione di Greta e Vanessa. Dopo le prime smentite formali da parte delle fonti dell'intelligence italiana, ha parlato ad Affaritaliani.it Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica: «12 milioni per il riscatto sono una cifra comunicata ad arte per scatenare la reazione dell’opinione pubblica. La cifra stessa rende poco realistica un’affermazione di questo tipo. È assolutamente troppo alta. Non è mai stata pagata nella storia dei sequestri una cifra di questo tipo. È oltre ogni limite immaginabile». Stucchi poi spiega che maggiori informazioni si avranno nei prossimi giorni: «Il comitato si riunirà settimana prossima e in quella sede avremo tutti i dettagli dell’operazione. Faccio notare che di solito la soluzione più utilizzata per i sequestri non prevede denaro, bensì lo scambio di prigionieri, ma noi non ne abbiamo. A volte si tratta sulla base della fornitura di strutture mediche o di medicine o impianti per rendere potabile l’acqua o per desalinizzare l’acqua se la zona è vicina al deserto. Di certo non c’è mai la fornitura di armi, sarebbe una follia. Infatti la preoccupazione, nel caso di pagamento di soldi, che è comunque l’ultima ratio, è come vengano poi utilizzati questi fondi. E se vengono usati per acquistare armi è un cane che si morde la coda».

 

Il video e le foto dell'arrivo a Ciampino.

 

 

Cappucci in testa, sguardo imbarazzato e stanco ma il volto ornato da un timido sorriso: così Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, alle 4 del 16 gennaio, hanno rimesso piede in Italia dopo una prigionia durata oltre 5 mesi. Le giovani, rispettivamente di 20 e 21 anni, erano state rapite il 31 luglio 2014 nel Nord della Siria, fra Aleppo e Idlib.

8 foto Sfoglia la gallery

Ad accogliere le due ragazze il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nessuna parola con i giornalisti e nessuna immagine del loro incontro con i familiari, avvenuto proprio in alcuni uffici dello scalo di Ciampino. A riabbracciare Vanessa erano presenti i suoi genitori e il fratello, mentre a Brembate, suo paese di residenza, sono suonate le campane a festa. Per Greta Ramelli, invece, oltre ai genitori e al fratello, anche due amiche d'infanzia, partiti da Gavirate (Varese) non appena hanno avuto notizia della liberazione. Le uniche parole giunte da questa notte di abbracci e lacrime di commozione, sono quelle del padre di Vanessa, Salvatore Marzullo, e del fratello di Greta. «Mi sento rinato» ha dichiarato il padre di Vanessa, ancora sconvolto dalla gioia. Ci ha tenuto invece a ringraziare la Farnesina il fratello di Greta: «È stata fantastica. L'equipe migliore al mondo». Ad avvisare la famiglia di Greta è stato il premier Matteo Renzi con una telefonata.

 

 

Dopo aver riabbracciato i propri familiari, le ragazze sono state condotte all’ospedale militare del Celio per un controllo medico. Qui le hanno prese nuovamente in consegna dai nostri servizi di intelligence, che le hanno accompagnate alla Presidenza del Consiglio dove è previsto, per le 11 del 16 gennaio, un incontro con i rappresentati della Procura che stanno indagando sul loro rapimento.   Il riscatto: pagati 12 milioni? Voci della loro liberazione si erano diffuse nel pomeriggio e riferite dal quotidiano Il Foglio, che citava una fonte del gruppo siriano Jabhat al Nusra secondo la quale le due ragazze avrebbero già passato il confine con la Siria e si troverebbero in Turchia. Qualche ora dopo è arrivata la conferma di Palazzo Chigi attraverso un tweet diffuso alle 18.19.    

 

 

A comunicare alla Camera l’avvenuta liberazione è stato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, che ha interrotto la discussione circa la legge elettorale che si stava svolgendo proprio in quegli istanti. L'applauso che ha accolto la notizia è stato unanime.

 

 

La prima notizia della liberazione è però arrivata da Twitter, attraverso l'account @ekhateb88, siriano ritenuto vicino ai ribelli anti-Assad: il tweet riferisce che l'Italia avrebbe pagato un riscatto da 12 milioni di dollari per le due giovani. Il tweet è stato rilanciato dalla tv satellitare araba Al Aan, con sede a Dubai, negli Emirati Arabi. La notizia della liberazione era stata data via social network da account vicini alla resistenza siriana e ripresa dai media.

 

 

Il dialetto usato nel tweet è un dialetto siriano molto complesso, difficile averne una traduzione letterale. Per capire meglio cosa significassero queste parole, riportate prima dai media arabi e poi dalle agenzie di tutto il mondo, abbiamo chiesto aiuto al professor Paolo Branca, docente di lingua araba presso l'Università Cattolica di Milano. Secondo il professore, la traduzione letterale del tweet sarebbe: «Jabhat al-Nusra (islamisti della Siria) rilascia i 2 ostaggi italiani, 12 milioni di dollari, Iddio non ci ha fatti che per la vittoria di questa Religione... dollari! Caspita!».    

La lotta tra Isis e al-Nusra. Alla notizia della liberazione delle due ragazze è seguita l’ira dell’Isis, che si contrappone ad al-Qaeda. E le polemiche sono montate sui social network. Ancora una volta è stato scelto Twitter per il botta e risposta tra le due ale fondamentaliste dell’islam più estremo e radicale, @mo7ayed11, account che si riferisce a una persona che si chiama Muahhed al Khilafa, simpatizzante Isis, ha cinguettato parole pesanti nei confronti dei rivali di al-Nusra: «Questi cani del Fronte al Nusra rilasciano le donne crociate italiane e uccidono i simpatizzanti dello Stato islamico». «Forse le hanno liberate in cambio di donne musulmane detenute in Italia», twitta l’account di Saad al Homeidi. E proprio su Twitter è anche montata la polemica tutta italiana circa il riscatto. Non sono in pochi a ritenere che, qualora fosse vero che sia stato pagato un riscatto, i soldi finirebbero per finanziare il terrorismo. Molti altri internauti, invece, si sono lasciati andare a commenti ben più pesanti nei confronti delle due ragazze. Su un eventuale riscatto si è espresso anche il leader della Lega, Matteo Salvini, affermando che sarebbe una vergogna: «La liberazione delle due ragazze mi riempie di gioia, ma l'eventuale pagamento di un riscatto che permetterebbe ai terroristi islamici di uccidere ancora sarebbe una vergogna per l'Italia. Presenteremo oggi stesso un'interrogazione al ministro degli Esteri per appurare se sia stato pagato un solo euro per la liberazione delle due signorine».    

 


Di parere opposto è il vicepresidente del Copasir, che definisce la liberazione di Greta e Vanessa una vittoria dell’intelligence italiana, a cui resta solo il compito di riportare a casa, a questo punto, anche i due Marò.

 

I mesi della prigionia. Durante i primi 4 mesi di prigionia, nessuna notizia è trapelata dalle fonti d'intelligence. E nessuna informazione giungeva neppure dalla Siria: di Vanessa e Greta non si sapeva nulla. Talvolta, dalla Farnesina, qualche timida rassicurazione circa lo stato delle trattative per la loro liberazione, ma nulla di più. Poi, il 31 dicembre 2014, è stato diffuso un video nel quale le due ragazze, a capo coperto e vestite con l’abaya, l’abito diffuso in parte del mondo musulmano, soprattutto negli stati del Golfo, che copre interamente il corpo lasciando scoperto il volto, le mani e i piedi, chiedevano al governo italiano di intervenire per liberarle. Il video venne rivendicato da Jabhat al-Nusra, gruppo satellite di al-Qaeda.

 

 

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la giornata più lunga per la loro liberazione è stata domenica 11 gennaio. Il giorno prima sarebbe arrivato in Italia un nuovo video, dopo quello pubblicato in rete a fine 2014. Era il segnale che le autorità italiane aspettavano, la prova che le due ragazze erano ancora vive e che si poteva concludere la trattativa per il rilascio. Il rischio, però, era che la trattativa saltasse se il video fosse stato pubblicato in rete o fossero uscite indiscrezioni in merito. Si sono vissute ore di tensione dunque, sia in Italia che in Siria. Gli 007 e la diplomazia hanno atteso che la situazione si stemperasse, mantenendo sempre i contatti con gli intermediari, per arrivare finalmente alla conclusione della vicenda.

 

Chi sono Greta e Vanessa. Le due ragazze, poco più che ventenni, erano in Siria per portare aiuti ai bambini. Di loro si erano perse le tracce il 31 luglio, dopo che erano entrate nel paese dalla Turchia insieme a un giornalista de Il Foglio che è poi riuscito a fuggire. Era la seconda volta che andavano in Siria in poco meno di quattro mesi. Avevano messo a punto il progetto Horryaty un’iniziativa umanitaria per garantire servizi idrici, sanitari e culturali alle popolazione siriana, martoriata da oltre tre anni di guerra civile. “In Italia ci occupiamo di raccolta fondi e sensibilizzazione. In Turchia compriamo gli aiuti e in Siria li gestiamo e distribuiamo in zone diverse”, si poteva leggere nelle informazioni della pagina Facebook del progetto Horryaty.