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Il vero problema delle assegnazioni delle case popolari (no, non è Gori)

Il vero problema delle assegnazioni delle case popolari (no, non è Gori)
Cronaca 14 Maggio 2018 ore 07:00

Ma che fine ha fatto il Giorgio Gori che proponeva, andando nettamente controcorrente rispetto all’opinione pubblica, permessi di lavoro provvisori per i richiedenti asilo? Questa è la domanda che molti si sono posti molti domenica 6 maggio, dopo aver sentito il sindaco di Bergamo parlare della necessità di «strumenti per avere una redistribuzione equilibrata degli alloggi popolari tra immigrati e italiani». Il contesto era l’incontro con Piero Fassino per la presentazione del libro di quest’ultimo, Pd Davvero, alla 59esima Fiera dei Librai di Bergamo. Il dibattito è andato ben presto a vertere sulla sconfitta del Pd, causata in parte, secondo l’ex sindaco di Torino, dall’incapacità del Pd di «rispondere alle domande di tutela che gli italiani hanno chiesto durante la crisi».

Gori, nuova posizione sulle case popolari. Un esempio? Il tema delle case popolari e delle loro assegnazioni, appunto. «È un argomento che va affrontato – ha sottolineato Gori –. La situazione viene percepita dagli italiani come una sottrazione di diritti». Lo stesso primo cittadino, poi, ha citato la proposta avanzata dal collega di Firenze (e di partito) Dario Nardella, che ha dichiarato di voler assegnare più punti agli italiani che avanzino richiesta per le case popolari. «Forse, messa così, è incostituzionale – ha precisato Gori –. Ma bisogna comunque studiare degli strumenti. Dobbiamo uscire dalla dimensione del politicamente corretto e guardare al risultato».

 

 

Le parole del sindaco hanno sollevato un polverone, con le opposizioni che non hanno perso occasione per sottolineare come Gori abbia «finalmente sposato la tesi giusta» (Franco Tentorio), oppure che «il Pd un giorno dice una cosa, il giorno dopo un’altra seguendo il vento» (Dario Violi). Più netto invece il leghista Alberto Ribolla: «Non faccia il leghista dell’ultima ora».

Posizioni (e reazioni) prevedibili, come ammette anche lo stesso Gori: «Diciamo che quelle dichiarazioni sono state dette in un contesto specifico. Non spiegate, posso capire possano provocare una reazione di questo tipo. Semplicemente, Piero (Fassino, ndr) ha tirato fuori, giustamente, il tema dell’assegnazione degli alloggi popolari, portando l’esempio della sua esperienza diretta da sindaco di Torino. Io gli sono andato dietro, sottolineando come effettivamente il tema sia di attualità e necessiti una presa di posizione. Ma non stavo assolutamente parlando di Bergamo, dove la situazione penso sia abbastanza tranquilla in tal senso». Nessuna retromarcia, soltanto una necessaria precisazione, spiega Gori: «Resto fortemente convinto che il sistema di accoglienza vada rivisto e, con esso, anche tutto il sistema di supporto sociale che si deve dare a queste persone. Poi, per quanto riguarda il tema delle assegnazioni delle case popolari, ritengo che sia necessario trovare un punto di equilibrio. Il rischio non è quello di perdere voti, ma di creare dei “ghetti”, delle banlieu che potrebbero accendere micce sociali pericolose».

 

 

La situazione di Bergamo. Effettivamente, come ha sottolineato il sindaco, a Bergamo la situazione è decisamente meno preoccupante che in tante altre città italiane. La sproporzione tra cittadini italiani e cittadini stranieri residenti negli alloggi popolari non è così elevata. Anzi, come ha riportato L’Eco di Bergamo, i più recenti dati diffusi dall’Aler (risalenti a inizio 2017) mostrerebbero come otto inquilini su dieci siano italiani. Va però detto che, ad oggi, l’Aler non è dotata di un sistema di monitoraggio specifico di questo dato. In altre parole, non esistono al momento statistiche ufficiali che possano confermare o smentire una tesi piuttosto che l’altra. E la sensazione, facendo un giro nei principali quartieri di edilizia residenziale pubblica, è che il numero di abitanti stranieri stia aumentando rapidamente rispetto al passato.

Un esempio è dato anche dalla netta crescita di bambini stranieri iscritti alle scuole di diversi quartieri cittadini. In alcune classi dell’istituto De Amicis alla Celadina, ad esempio, il rapporto è di cinquanta a cinquanta. Un dato che può essere letto come un buon esempio di integrazione, ma che va monitorato con attenzione, anche perché le strumentalizzazioni politiche sono dietro l’angolo quando si trattano argomenti di questo tipo, soprattutto in un Paese che ormai vive in perenne campagna elettorale e in una città come Bergamo dove, tra poco più di un anno, si andrà alle urne per eleggere il nuovo sindaco.

Il vero problema: la legge. Ampliando l’orizzonte e non focalizzandosi soltanto…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 7 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 17 maggio. In versione digitale, qui.

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