Una ricerca scientifica

Vero che una puntata tira l’altra ma evitate di drogarvi di serie tv

Vero che una puntata tira l’altra ma evitate di drogarvi di serie tv
28 Novembre 2018 ore 09:05

Può accadere con il cibo, i farmaci, le sostanze eccitanti, le droghe, l’alcool, il sesso. E anche con le serie tv. Tutte sostanze che possono generare dipendenza, fino a diventare “binge”: una sorta di ossessione, di cui non si può fare a meno e in mancanza della quale si subiscono gli effetti collaterali, anche pesanti, sia a livello fisico (con implicazioni soprattutto sulla qualità e disturbi del sonno) che mentale, con un calo delle performance, o psicologico e relazionale. La dipendenza da serie tv è, in ordine di apparizione, l’ultima a essere stata “scoperta” ed è associata alla larga diffusione dello streaming, cioè la possibilità di vedere le trasmissioni in differita da una fonte telematica come pc, tablet o altro. E se pensate sia una cosa da giovani, vi sbagliate di grosso: sempre più persone e di qualsiasi età può finire vittima dalla “binge-watching” mania. Lo attesta uno studio dell’Università di Lovanio, in Belgio, pubblicato sul Journal of Clinical Sleep Medicine.

 

 

Lo studio. La ricerca ha coinvolto 423 giovani adulti tra i 18 e i 25 anni, di cui il 62 per cento ragazze. Gli studiosi hanno voluto indagare il tempo di permanenza incollati allo streaming delle serie tv preferite e l’eventuale relazione e altre “abitudini”, in particolare il sonno. Nessuna sorpresa rispetto alle attese: mediamente, la “connessione” era pari a tre ore e otto minuti, per un totale di tre o quattro episodi visti per volta. Con conferma anche delle ipotesi negative sospettate sul sonno, impoverito nella qualità e durata con problemi di insonnia conseguenziali alla serial-visione per il 32 per cento dei “binge-watchers”. Tutti passibili di difficoltà di addormentamento e risvegli notturni o sonnolenza diurna. Un fenomeno dalle diverse cause e sfaccettature, dicono gli esperti belgi.

L’impatto fenomenologico. Il binge-watching priva innanzitutto del sonno, perché invita a stare attaccati alla visione delle puntate del serial senza nemmeno porsi il problema di “shut-down” del dispositivo e delle palpebre, andando a dormire a un orario lecito. Con conseguente generale affaticamento e spossatezza l’indomani mattina e anche possibili ripercussioni, a lungo andare, alla vista, associate alle emissioni di luce blu dei device e sul cervello con calo di attenzione e concentrazione, ma anche ripercussioni fisiche come un possibile aumento di peso. Ma non è tutto: la full-immersion nelle trasmissioni in streaming comporterebbe anche una perdita di coscienza dalla realtà. Ovvero un allontanamento da contesto e situazioni del vivere normale e quotidiano, con difficoltà a ritornare con i piedi per terra dopo la visione. Come può accadere? Gli esperti ritengono che sia un meccanismo cerebrale: il cervello continuerebbe a inseguire le sensazioni positive e/o negative della storia appena vista lasciando da parte tutto il resto, compreso il sano dormire. Un comportamento assolutamente da evitare, raccomandano i ricercatori, imponendosi un tempo limite di visione. Rimandando a domani, insomma, le puntate non ancora viste, invece di fare il pieno. Tanto le puntate non scadano, non si perdono e le si ritrovano lì, allo stesso link, oggi esattamente come domani e l’indomani ancora. Insomma, non siate sequel-dipendenti!

 

 

La dipendenza da streaming può coinvolgere tutti. I ragazzi per i quali i serial tv rappresenta una via di fuga alla monotonia del reale, gli adulti che nei periodi di forte stress cercano una illusoria gratificazione al malessere pisco-emotivo rifugiandosi in film e serie tv che hanno poco a che fare con l’abituale routine: per tutti questa dipendenza è un rischio, che può portare a desiderare qualcosa di impossibile, fuori dalla nostra portata terrena. O peggio, incentivando a cadere nell’emulazione e sostituzione di un personaggio tv. Alla base ci sarebbe un coinvolgimento della dopamina, al pari di quanto avviene per altre problematiche che coinvolgono i circuiti cerebrali e che hanno a che fare con la dipendenza. Insomma, secondo gli esperti anche il binge-watching, quando sovrasta il controllo, richiederebbe una (psico)terapia comportamentale. Con diversi obiettivi: lavorare sul craving, ossia la ricerca di situazioni e contesti che spingono al desiderio di “abbuffarsi” di puntate, per poi intraprendere una azione di desensibilizzazione. Arrivando cioè anche a identificare situazioni irrazionali e di gratificazione/ricompensa, come «lo faccio perché», «mi aiuta a», «mi consola», che sono all’origine di un uso scorretto del mezzo televisivo, compreso lo streaming. Questo percorso di ricerca interiore e comprensiva dovrebbe poi indurre la persona a rivolgere i propri interessi verso altro, siano essi interessi culturali, professionali o di piacere, diversivi per impiegare il tempo in maniera più produttiva e sana, senza magari perdere ore di sonno.

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