Cronaca
Forse non siamo ancora pronti

Ho visto l'instant-doc sul caso Yara e ne avrei fatto volentieri a meno

Ho visto l'instant-doc sul caso Yara e ne avrei fatto volentieri a meno
Cronaca 22 Luglio 2016 ore 05:00

Di comunicati stampa, in una redazione seppur piccola come la nostra, ne arrivano tanti. Li leggiamo tutti (per davvero), ma sono pochi quelli che attirano l'attenzione. A volte succede. Nei giorni scorsi è successo. Oggetto: "Su Crime+Investigation Yara, l'instant doc sull'omicidio Gambirasio". Inutile girarci attorno, la terribile morte della piccola 13enne di Brembate Sopra resta una ferita non ancora cicatrizzata per i bergamaschi. Non sono bastati sei anni e neppure la recente condanna all'ergastolo (in primo grado) per Massimo Bossetti, l'uomo ritenuto dalla procura e dalla Corte d'Assise l'assassino. Non basta tutto questo, perché l'omicidio di Yara è stato un vero e proprio elettroshock emotivo per me, per noi, per voi. A tormentarci ancora, oltre all'evidente dolore che si prova davanti a una vita spezzata così presto e in modo così terribile, è anche e soprattutto il quadro di normalità in cui tutto ciò è avvenuto. Una ragazzina che esce di casa, va nella palestra lontana soltanto pochi passi e scompare nel nulla. È successo a Yara, poteva succedere a tanti altri. Invece no, è stata scelta lei.

 

 

Fiorenza Sarzanini racconta YaraInevitabile, dunque, che l'idea di un docu-film sulla sua storia abbia catturato l'interesse. E così, alle 22.40 di martedì 19 luglio, ho acceso la tv sul canale 118 di Sky. A ripercorrere la lunga e complicata indagine della procura di Bergamo è una delle firme di punta del Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, che ha seguito il caso Yara Gambirasio sin dalle prime battute. È attraverso il suo volto e, soprattutto, le sue parole che, in 50 minuti (pubblicità compresa), l'instant-doc prodotto da Stand By Me per A+E Networks Italy (produttore creativo Simona Ercolani, autrice Annalisa Raggi, regia a cura di Jole Jovica ed Edoardo Anselmi) ripercorre 4 anni di indagini. Sullo schermo si susseguono immagini di repertorio, volti più o meno noti a chi ha seguito il caso sin dalle prime battute, nomi già sentiti. A parlare alla telecamera sono Giorgio Portera, genetista forense per la famiglia Gambirasio; Vincenzo Ricciardi, ex questore di Bergamo; Giuliana Ubbiali, giornalista del Corriere della Sera Bergamo; Enrico Pelillo, avvocato della famiglia Gambirasio; Paola Asili, biologa della Polizia di Stato; Emiliano Giardina, genetista forense dell'Università di Tor Vergata e perito dell'accusa. Nomi che finalmente assumono anche un volto, personaggi chiave di una storia che avremmo fatto volentieri a meno di vivere nella realtà. E di rivivere in televisione.

 

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Narratore onnisciente. La presentazione prometteva «un'inchiesta nell'inchiesta». In realtà si tratta di una semplice linea cronologica dei fatti, ma romanzata. Si parte dalla sera del 26 novembre 2010, dalle prime ricerche, dall'arresto del primo sospettato, Mohamed Fikri. E poi il ritrovamento del corpo, le analisi, il Dna di Ignoto 1, la raccolta di migliaia di migliaia di campioni di frammenti biologici, «un'indagine storica, che farà scuola», Guerinoni, il figlio illegittimo e l'arresto di Bossetti, muratore di Mapello. L'insospettabile che si trasforma in mostro. Mentre la voce della giornalista mette in fila date, scoperte, tracce, frammenti della Sarzanini si inanellano uno via l'altro: lei nel prato di Chignolo d'Isola in cui è stato rinvenuto il cadavere; lei che prende appunti; lei che si sistema gli occhiali; lei che si aggira in una notte buia e tempestosa per le vie di Brembate Sopra. Lei, narratore onnisciente di un racconto horror ambientato nel mondo reale. E qui la prima sensazione di fastidio, quasi fisico, che si prova: la Sarzanini fa capire che sa, o almeno è quello che traspare dalla tv. Nel suo racconto i dubbi vengono messi da parte. Non è che non vengono riportati, semplicemente non viene data loro importanza. Il filmato con il presunto furgone di Bossetti "impacchettato" ad arte per la stampa dai Ris, le tante incognite sulle analisi del Dna e altri punti di domanda sullo svolgimento delle indagini vengono degradate a semplici annotazioni della difesa durante il processo e non vengono invece analizzati, valutati, studiati come ci si aspetterebbe da un'inchiesta giornalistica. Da un'inchiesta nell'inchiesta.

 

 

Il processo dov'è? E la controparte? Il processo poi. Per 40 minuti buoni di programma non se ne parla. Eppure è proprio nell'aula del Tribunale di Bergamo che sono venuti i galla i passaggi più interessanti delle indagini. È nel contraddittorio tra accusa e difesa che si è delineato il quadro accusatorio, fatto di tanti indizi e una «prova regina» (il frammento di Dna), ma anche le ombre di un'indagine che, probabilmente per la sua complessità, non è certo stata priva di errori. Un esempio? Il fatto che il Dna di Ester Arzuffi, madre di Bossetti, fosse stato inizialmente confrontato con quello di Yara invece che con quello di Ignoto 1, causando così un ritardo nella scoperta del sospettato. Nell'instant-doc non c'è traccia di tutto questo, il processo viene liquidato in una frase, alla fine della quale si espongono, rapidamente, le posizioni delle difesa, che vengono però presto cancellate dal peso della condanna: ergastolo. E nonostante la Sarzanini, in chiusura, sottolinei come si tratti di una sentenza di primo grado, la struttura del programma lascia trasparire invece un giudizio definitivo, secco. Per Bossetti non c'è appello o Cassazione che tenga. Perché tra le tante voci che sono state ascoltate non ce n'è nemmeno una del pool difensivo dell'imputato? Magari Claudio Salvagni e Paolo Camporini, legali di Bossetti, hanno declinato l'invito, ma il primo pensiero è che non gli sia stato nemmeno chiesto.

 

 

Una storia che meritava qualcosa di diverso. Che sia chiaro: qui non si sta dando un giudizio personale. Contro Bossetti c'è una sentenza e le sentenze si rispettano. Ma, dal punto di vista giornalistico, l'instant-doc Yara lascia più di un dubbio. Mentre in tv scorrono i titoli di coda, l'unico aggettivo che riesco ad abbinare a quanto visto è "approssimativo": è approssimativo il metodo di narrazione dei fatti scelto, approssimativa la scelta degli intervistati, approssimativa anche la tempistica, perché è impensabile riassumere in appena 50 minuti (pubblicità compresa) un'indagine lunga 4 anni e un processo così combattuto. E anche il giudizio di altri telespettatori sembra corrispondere al mio. Su Twitter, sotto l'hashtag #IlCasoYara, lanciato da Crime+Investigation, i pareri sono per la maggior parte poco lusinghieri verso il prodotto televisivo offerto. Forse un caso tanto complicato meritava più attenzione, meritava più di 50 minuti pubblicità compresa. Forse un caso del genere meritava tempo, invece si è scelto di raccontarlo subito, quando il ricordo del mostro incarcerato è ancora fresco. O forse, semplicemente, siamo noi a non essere ancora pronti a ripercorrere tutto attraverso immagini di repertorio e testimonianze, frasi riportate su un taccuino e voci fuori campo. E la verità è che non sono certo che lo saremo mai. Sicuramente, per ora, ne avremmo fatto volentieri a meno.

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