L'articolo di Foreign Policy

Volete battere lo Stato Islamico? Aiutate la democrazia in Tunisia

Volete battere lo Stato Islamico? Aiutate la democrazia in Tunisia
25 Novembre 2015 ore 10:52

Nel drammatico scenario mediorentiale, fino a due giorni fa la Tunisia si poneva come esempio virtuoso di quella transizione democratica uscita dalle cosiddette primavere arabe. Poi, all’improvviso, il 24 novembre, di nuovo il terrore, dopo i tragici fatti che hanno insanguinato il Paese al museo del Bardo e nel resort turistico di Sousse nei mesi di marzo e giugno.

L’attentato alla guardia Presidenziale. La cronaca torna indietro a ieri. Un autobus della guardia presidenziale, con a bordo i militari, è esploso nel centro di Tunisi, nei pressi dell’ex sede del partito del deposto presidente Ben Ali. Sono morti 12 agenti, tutti identificati attraverso le impronte digitali. C’è anche un tredicesimo morto, su cui si sta conducendo l’esame del dna, avendo l’uomo perso le dita. Forse, potrebbe essere proprio il kamikaze. Il presidente tunisino Beji Caid Essebsi, dopo aver visitato con il ministro degli Interni Najem Gharsalli il luogo della strage, ha parlato alla nazione attraverso un messaggio video e ha dichiarato lo stato di emergenza per i prossimi 40 giorni. In vigore anche il coprifuoco, dalle 21 alle 5 del mattino. Sono inoltre state rafforzate le misure di sicurezza, portate al livello due, e ai cittadini è stata chiesta la massima collaborazione.

La rivendicazione, dell’Isis. L’attentato è stato rivendicato solo oggi, dall’Isis. Secondo quanto sta circolando in rete e su i social network, ripreso anche dalla tv Al Jazeera, la rivendicazione conterrebbe la descrizione dell’azione e l’identità dell’attentatore kamikaze. Se le cose venissero confermate, e in questi casi il condizionale è d’obbligo, a compiere l’attentato sarebbe stato Abou Abdallah Tounsi, di cui è stata anche diffusa un’immagine in un fotogramma. Il messaggio di rivendicazione contiene anche, in conclusione, una minaccia agli agenti delle forze dell’ordine e ai militari.

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L’esempio democratico tunisino. Eppure, pochi giorni prima dell’attentato al bus della guardia presidenziale Foreign Policy pubblicava un’analisi sulla Tunisia, sostenendo che il Paese andasse preso a modello per la lotta al jihadismo e per sconfiggere l’Isis. L’esperimento democratico condotto in questo Stato nordafricano necessita di uno sforzo coordinato da parte della comunità internazionale, affinché possa avere piena realizzazione facendo il suo ultimo passo, quello più decisivo, verso una pace duratura a matrice democratica.

La lotta al jihadismo passa dalla Tunisia. Perché, secondo Foreign Policy, «se la Tunisia riuscirà a mantenere e a espandere le sue istituzioni democratiche, invierà un messaggio di vitale importanza per il resto del Medio Oriente e del Nord Africa. Mostrerà che gli arabi e la democrazia non devono escludersi a vicenda. Mostrerà ai religiosi musulmani che non hanno nulla da temere dalla separazione tra religione e Stato. E mostrerà ai liberali che non devono tollerare dittatori corrotti come unica protezione contro le dittature religiose. Una democrazia tunisina prospera e vivace è la nostra miglior contro-argomentazione alla dittatura jihadista».

Gli attentati dei mesi scorsi. Certo, è un esperimento che necessità di sostegno internazionale, poiché ancora debole, «piagato da lotte politiche, turbolenza economica, sicurezza debole. Per questo è il momento per la comunità internazionale di coordinare i suoi sforzi e fare tutto ciò che può affinché la Tunisia riceva gli aiuti di cui ha bisogno». Non è un caso se il Paese, da cui sono partiti tantissimi giovani verso la Siria, è anche uno dei più colpiti dalla violenza jihadista. I due attentati del 2014 (al museo del Bardo di Tunisi e al resort di Sousse) sono stati atroci, ancor di più perché infidamente decisi nel minare una delle risorse economiche del Paese, il turismo.

Il Nobel per la Pace. E infatti, proprio alla Tunisia, un mese fa, è andato il Premio Nobel per la Pace. Ad aggiudicarselo il Quartetto di dialogo nazionale, che si è distinto «per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralistica in Tunisia sull’onda della Rivoluzione dei gelsomini del 2011». Secondo la commissione che assegna i premi è stato proprio il Quartetto, cioè le quattro organizzazioni della società civile (Lega tunisina per i diritti dell’uomo, sindacato Ugtt, ordine degli avvocati tunisini e confederazione Utica che unisce rappresentanti di industria, commercio e artigianato) che hanno contribuito alla transizione democratica della Paese. Un gruppo di lavoro creato a ottobre del 2013 con l’obiettivo di favorire il dialogo tra le diverse forze politiche in campo, che ha saputo intervenire laddove il «processo di democratizzazione rischiava di crollare per gli omicidi politici e lo scontento sociale» e ha «stabilito un processo politico pacifico alternativo in un momento in cui il Paese era sull’orlo della guerra civile».

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