Cronaca
Dal libro "Una Diocesi smarrita"

La volta in cui il parroco di Endine dilapidò i risparmi dei paesani

La volta in cui il parroco di Endine dilapidò i risparmi dei paesani
Cronaca 20 Novembre 2014 ore 12:30

Una diocesi smarrita, pubblicato nel 2014 dal Centro Studi Valle Imagna e curato da Ermenegildo Camozzi, è una raccolta di lettere scambiate tra gli anni Venti e Trenta del Novecento tra i sacerdoti bergamaschi e la Chiesa di Roma. Il libro è dedicato, nello specifico, all'episcopato di Luigi Maria Marelli, condotto dal punto di vista della Congregazione Concistoriale e realizzato grazia a lettere reperite nell'Archivio Segreto Vaticano.

Il periodo in cui Marelli ricoprì la carica di vescovo non era una congiuntura storica facile per l'Italia in generale né per la Chiesa Cattolica in particolare. Con l’avvento del Fascismo, la situazione di complicò ulteriormente, mentre il movimento popolare di don Sturzo da una parte e il movimento socialista dall’altra facevano arrivare la propria voce anche nelle diocesi e nelle parrocchie più lontane. Anche la Chiesa di Bergamo, come sottolinea il Direttore del Centro Studi Valle Imagna Antonio Carminati, accoglieva al suo interno due fazioni e ideologie contrapposte: quella più socialista e interessata ai diritti di deboli e lavoratori; e quella vicina alle posizioni del potere fascista. Nonostante le divisioni, la Diocesi che prende forma nelle lettere raccolte è «popolare», dinamica e operosa.

La storia della Cassa Rurale di Endine. Al di là di questa complessa situazione storica, uno degli argomenti trattati dalle lettere è il fallimento della Cassa Rurale San Remigio di Endine. A tal proposito, vengono presentate quattordici missive, che coprono un periodo che va dal 23 gennaio 1911 (lettera indirizzata al Consiglio della Cassa Rurale dal ragionier Enrico Bonera) al 21 dicembre 1912 (lettera spedita da Don Berardelli a Monsignor Bressan, segretario del Papa). I protagonisti del carteggio sono proprio Don Berardelli, fondatore della Cassa, Monsignor Giacomo Maria Radini Tedeschi, vescovo della Diocesi di Bergamo dal 1904 al 1915, il Cardinale De Lai e Don Giuseppe Moioli, nuovo arciprete della Chiesa di Endine.

La prima lettera, al fallimento! Con la prima missiva, Camozzi fa entrare il lettore in media res: la Cassa Rurale di Endine sta fallendo, ha un passivo di 375mila lire contro un attivo di sole 125mila, il che porta il deficit della Cassa a 250mila lire. Bonera non usa mezzi termini: non si è arrivati ancora al fallimento - quella è un'eventualità da scongiurare con tutti i mezzi -, ma la situazione è disastrosa e si impone un grave sacrificio sia per i soci della Cassa, sia per tutti gli abitanti di Endine che ad essa avevano consegnato i propri risparmi. Insieme a questo, l'unica altra speranza di salvezza per la Cassa Rurale di San Remigio viene dalla benevolenza del Vescovo (com'era già accaduto per la Cassa rurale di Roccafranca nel bresciano) e di altri magnanimi benefattori, e dalla Divina Provvidenza, a cui il ragioniere consiglia di appellarsi.

La seconda lettera, Don Berardelli si discolpa. La seconda lettera fa già presagire il malaffare, ed è la missiva inviata da Don Berardelli al Vescovo Radini Tedeschi. Risale a soli due giorni dopo la prima ed è spedita non più da Endine, dove Berardelli era stato arciprete fino a un anno prima, ma da Mornico, parrocchia in cui il sacerdote era stato trasferito dal Vescovo in seguito a un avanzamento di posizione all'interno della diocesi. Berardelli scrive una lettera tanto breve quanto infervorata, in cui rigetta fermamente ogni accusa a lui rivolta nel memoriale della Cassa. L'ex arciprete di Endine, nonché fondatore e attuale direttore della Cassa, nega con tutte le sue forze - e una sfumatura di patetismo - di aver obbligato gli amministratori a compiere investimenti contro la loro volontà, di aver convinto i cittadini, alla vigilia del fallimento, a consegnare a lui i loro risparmi e, infine, di aver usato i soldi dei depositanti per farne ciò che desiderava nel corso degli anni.

La corrispondenza successiva, a più voci. La figura dell'arciprete inizia ad assumere tinte losche, confermate nella lettera successiva, scritta dal presidente e due consiglieri della Cassa, Remigio Guerinoni, Peretti Luigi e Bortolo Morlini, e indirizzata nientemeno che a Papa Pio X. I soci mettono in evidenza come Berardelli abbia approfittato della cieca fiducia che in lui riponevano i cittadini e depositanti della Cassa, investendo i capitali degli endinesi in azioni commerciali che non avevano alcun valore. La lettera si chiude con un'implorazione affinché la Chiesa tutta possa essere generosa e salvare Endine e i suoi abitanti dal disastro.

Inizia poi la corrispondenza tra il Vescovo Radini Tedeschi e il Cardinale De Lai. Il primo, sentendosi in parte responsabile della condotta quantomeno sospetta di Don Berardelli, si discolpa, sostenendo di aver più volte consigliato e intimato al sacerdote di chiudere ogni affare con la Cassa da lui fondata quindici anni prima e tornare a occuparsi di faccende spirituali; a tal proposito l'aveva infatti trasferito, affidandogli una posizione più elevata, quella di parroco vicario foraneo.

Nel marzo del 1911 la situazione è tanto disperata che persino la signora Brigida Tellini, abitante di Zorzino, scrive a Pio X e tra umilissimi ringraziamenti e implorando benedizioni chiede al Papa di aiutare Berardelli e, per mezzo suo, i depositanti ormai sul lastrico.

Il 26 aprile il temuto fallimento è già divenuto una disgrazia, di cui Monsignor Radini Tedeschi però, in una missiva al Cardinale De Lai, non vuole fare esplicitamente il nome del colpevole, ovvero, a detta di tutti, Don Berardelli. Per riparare al danno, ormai stimato in 150mila lire, il Vescovo propone di usare parte del fondo della Cassa ecclesiastica, ma solo 5, massimo 10mila lire.

La lettera più importante, la ricostruzione della storia. Giunge infine la lettera più importante della raccolta, quella inviata il 10 luglio 1911 da Don Giuseppe Moioli al Cardinale De Lai. Viene brevemente ripercorsa la storia di Endine negli ultimi vent'anni, dall'arrivo dell'arciprete Berardelli nel 1890 a quando pochi anni dopo, spacciandosi per un esperto di finanza, il sacerdote aveva convinto cittadini più e meno abbienti di Endine della necessità di avere una Cassa Rurale e dei benefici che questa avrebbe portato all'economia. Si riportano le scelte economiche fatte da Berardelli, incluso l'acquisto di azioni di manifatture e industrie tessili che in realtà non avevano alcun valore. Si narra di come il sacerdote convincesse le donne del paese, figlie e mogli, a prelevare soldi agli uomini di casa per depositarli nella Cassa e altri loschi raggiri fino al fallimento della Cassa stessa.

Don Moioli non risparmia nulla a Berardelli e scrive al Cardinale che questo aveva eliminato dal Consiglio della Cassa chiunque lo contraddicesse o non fosse d'accordo coi suoi investimenti. Per quanto riguardava lo stato di estrema necessità in cui versava Endine, infine, viene fatto sapere che l'ex arciprete, al sicuro nella sua nuova sede di Mornico, aveva inviato un misero aiuto di 10mila lire e che la popolazione, di gran lunga più povera, era riuscita a raccoglierne 60mila. Popolazione la quale stava vedendo partire i propri uomini alla ricerca di lavoro addirittura verso le miniere dell'India.

Altre lettere, nessuna chiarezza. Il carteggio si conclude con tre lettere tra Monsignor Radini Tedeschi e il Cardinale De Lai, il primo rimproverato dal secondo per non aver ancora donato niente alla Cassa Rurale e il Vescovo che a sua volta respinge le accuse, sia per sé che per Berardelli, definendo quanto detto dal nuovo prete solo calunnie. L'ultima missiva è da parte di Don Berardelli, che scrive a Monsignor Bressan per chiedere, dopo aver esposto i fatti degli ultimi tempi, se è colpevole davvero di ciò che è stato rimproverato. Sulla risposta, non pubblicata, del segretario del Papa, il curatore del libro decide però di lasciare i suoi lettori col fiato sospeso.

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