Storie che danno speranza

Giordania, chiamare casa la sabbia Un campo profughi diventato città

Giordania, chiamare casa la sabbia Un campo profughi diventato città
25 Settembre 2015 ore 11:25

Za’atari, Giordania, nemmeno 10 chilometri dal confine siriano: qui, da qualche anno, vivono circa 80mila persone, in uno dei campi profughi più grandi dell’intero Medio Oriente. La zona è tutt’altro che ospitale: sabbia, sabbia, sabbia, e fra una zona di sabbia e l’altra, ancora sabbia. L’energia elettrica riesce ad arrivare soli in alcuni momenti della giornata, l’acqua è una sfida quotidiana: oggi c’è, domani chissà. Un luogo in cui nelle stagioni più calde il termometro sale fino a 41 gradi, mentre durante le notti invernali si rischia seriamente il congelamento. Ad abitare queste terre, come detto, 80mila profughi costretti a fuggire dalla propria casa a causa delle guerre dei tempi recenti, che non trovando ospitalità da nessuna parte sono stati costretti a stanziarsi a Za’atari. Dove, nonostante le condizioni a dir poco avverse e la mancanza più o meno di qualsiasi cosa, si sono sviluppate storie di persone che non si sono rassegnate solo a sopravvivere, ma hanno deciso di voler provare ad avere una vita “normale”.

 

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Un luogo piuttosto insolito. A raccontare di questo strano posto è Mashable. Girando per Za’atari si possono notare già al primo impatto alcuni particolari curiosi per un campo profughi collocato nel mezzo di una guerra: decorazioni sulle lamiere utilizzate come pareti per case improvvisate, abbozzi di giardini, per quel che si può tirar fuori dal nudo deserto, suono di strumenti musicali proveniente da punti non precisamente identificabili. E poi negozi, piccoli, raffazzonati e in disordine, ma simbolo di una speranza non del tutto perduta. La maggior parte di questi piccoli esercizi commerciali si occupa di vendere smartphone, di qualsiasi tipo purché in grado di connettersi ad internet, così da poter capire che succede nel mondo e poter comunicare con i famigliari rimasti chissà dove. «I miei genitori e i miei fratelli sono ancora in Siria, e parlo con loro su Whatsapp quasi ogni giorno. È l’unica applicazione che funziona bene in Siria», racconta Hatim Masalma, 32enne con tre figli e proprietario di uno di questi negozi di elettronica.

 

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Molte storie, belle. Ma le storie che si potrebbero riportare sono tante. E, paradossalmente, belle. Come quella di Mohamed Jokhadar, 29 anni nonché barbiere del posto. È molto abile nel tagliare barba e capelli, e allora si è messo a farlo per tutti anche a Za’atari. Ma la sua vera qualità è il disegno: compie ritratti davvero ben fatti, e ha contribuito a formare un piccolo circolo artistico nel campo profughi. Il suo sogno, se mai avrà modo di perseguirlo, è proprio quello di diventare un famoso artista. Rawan Ialam era incinta quando decise di fuggire dalla Siria, e dopo poco tempo che lei e suo marito sia erano messi in viaggio aveva cominciato ad avere le prime contrazioni. Ben presto, però, si trovò a dover occuparsi del figlio neonato e del fratello più grande da sola, poiché l’esercito ribelle sparò al marito e lo ferì gravemente. I miliziani siriani liberi la portarono in ospedale, e la fecero partorire. E poi via fino a Za’atari, dove Rawan è ora incinta del terzo bimbo. La futura nascita del bambino in quelle condizioni la preoccupa, ma non troppo: «Voglio averlo, fa parte della natura umana prendersi cura dei figli».

 

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Il pizzaiolo e l’ex-ufficiale di polizia. Mohanad al-Khariat invece è un pizzaiolo, che pare sappia fare una pizza al pesto davvero squisita. È un uomo colto, laureato in studi islamici, e la cosa di cui si rammarica di più è che i suoi figli non possano ricevere un’educazione completa e come la sua. Ciò nonostante, molto di quel che guadagna lo usa per aiutare una delle tre scuole messe in piedi a Za’atari, dove al mattino studiano le ragazze e al pomeriggio i ragazzi. Circa un anno e mezzo prima che scoppiasse la guerra civile in Siria, Abu Samer, all’epoca ufficiale della polizia, andò in pensione. E meno male, dal momento che se fosse stato ancora in servizio all’inizio dei combattimenti sarebbe certamente stato impiegato, e chissà come sarebbe finita. Oggi a Za’atari fa il nonno, occupandosi della nipotina mentre la figlia lavora. «Non mi interessa andare in Europa, mi piacerebbe poter tornare in Siria un giorno, a casa mia». Sono queste solo alcune delle storie degli abitanti di Za’atari, storie che certamente non attenuano il dramma della situazione mediorientale, ma che, se non altro, regalano un poco di speranza.

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