Economia
Export da 17 miliardi nel 2021

Un applauso da brividi al taglio del nastro della bellissima sede di Confindustria

Il presidente Scaglia: «Bergamo da sola fa il 15 per cento dell’attivo della bilancia commerciale italiana». La mancata fusione con Lecco-Sondrio? «Un'occasione persa».

Un applauso da brividi al taglio del nastro della bellissima sede di Confindustria
Economia Bergamo, 16 Ottobre 2021 ore 07:56

di Wainer Preda

L’applauso più sentito arriva al taglio del nastro. In quello scrosciante battito di mani che mette i brividi, c’è il riscatto di un’intera comunità. Quella di Bergamo, che dopo aver pagato un prezzo altissimo alla pandemia esprime il suo dolore e il suo orgoglio, e la voglia di tornare a volare. A modo suo. Con un’economia che macina cifre da record. Con una sede nuova di zecca che gli industriali inaugurano 22 mesi in ritardo causa Covid, ma che funziona già da tempo. Con uno sguardo in avanti, da quel Kilometro Rosso che fa tanto futuro.

Mille invitati all’assemblea di Confindustria Bergamo. Tanto che per ospitarli è necessaria un’apposita tecnostruttura. Il presidente Stefano Scaglia prima li arringa a braccio, un po’ come Steve Jobs. Poi chiama sul palco la sua squadra. Infine cede alla dittatura del leggìo per il suo discorso erga omnes. Da lassù snocciola i dati. Dice che «il nostro export toccherà i 17 miliardi di euro entro fine anno». «Che Bergamo da sola fa il 15 per cento dell’attivo della bilancia commerciale italiana». Poi dedica un passaggio alla mancata fusione con Confindustria Lecco-Sondrio. Sostiene che Bergamo ha proposto una visione «più vocazionale sugli obiettivi comuni, i progetti e il sistema industriale», mentre le altre associazioni «hanno preferito mantenere per ora una vocazione più territoriale. Un’occasione persa».

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Lascia comunque la porta aperta, Scaglia, magari un domani. Parla di un nuovo «modello Bergamo», economico e sociale. Gli industriali, con lui, sembrano inaugurare una nuova prospettiva. Hanno capito (finalmente) che senza la responsabilità sociale delle imprese non si va distante. Che senza un patto vero e condiviso con tutti gli altri operatori - dalle istituzioni ai sindacati, passando per la Chiesa e la scuola -, la nostra economia non può marciare spedita per molto. Perché è vero che ora cresce del 6 per cento, «ma si tratta pur sempre di una crescita drogata. Dalla grande liquidità, dai Piani europei e dagli stimoli a debito», ammette con onestà intellettuale il direttore dell’Ispi Paolo Magri. «Certo il vento è cambiato - continua -, il treno della transizione ecologica si è lanciato, ma ci saranno settori che risulteranno perdenti». E in più c’è da mettere sotto controllo una brutta bestia: l’inflazione.

Ma prima serve una pacificazione dell’Italia, è il messaggio del presidente nazionale di Confindustria, Carlo Bonomi. «Chi soffia sul fuoco - dice dal palco - tenta di fermare il Paese e dimentica che abbiamo avuto 133 mila morti». «Noi eravamo per l’obbligo vaccinale e siamo per il green pass anche se costerà molto impegno alle imprese». L’economia va bene, «ma all’orizzonte si vedono già delle nubi - avverte il numero uno di viale dell’Astronomia -.

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Sono il costo e la reperibilità delle materie prime, i costi dell’energia e quello del lavoro». Chiede un «taglio importante del cuneo fiscale», Bonomi. Vuole una riforma degli ammortizzatori sociali. «Sono 16 mesi che la stiamo aspettando. A luglio 2020 abbiamo fatto la nostra proposta, non abbiamo avuto risposta». Poi sottolinea che gli industriali pagano tre miliardi per la cassa integrazione e ricevono prestazioni per 600 milioni. «Siamo contributori netti per 2,4 miliardi all’anno anche se sembra sempre che con la cassa integrazione qualcuno ci regali i soldi».

Il ministro dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa non c’è. È rimasta a Roma per il Consiglio del ministri. Manda un videomessaggio, senza né capo né coda. Sostanzialmente ininfluente. Peccato. Si è persa una bella sede, tecnologica e sostenibile. Ricercata e funzionale. Persino spettacolare. Fin troppo. Dopo 36 anni gli industriali lasciano il centro città. E probabilmente anche la sobrietà di via Camozzi. Niente di male. È solo un nuovo atteggiamento. Evolve. Segno dei tempi.

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