Le tensioni geopolitiche, i conflitti internazionali e il ritorno dei dazi non sono solo temi da prima pagina: stanno avendo effetti concreti anche sull’economia locale. A risentirne è in particolare il terziario bergamasco, come emerge da un’indagine condotta da Format research per Confcommercio Bergamo, diffusa oggi (lunedì 29 dicembre).
A pesare dazi e costi energetici
Secondo la ricerca, più di quattro imprese su dieci (44 per cento) hanno già registrato conseguenze dirette legate all’instabilità internazionale. Il problema più diffuso è l’aumento dei costi energetici, segnalato dal 22 per cento delle aziende, un dato che pesa soprattutto in un Paese dove l’energia elettrica resta tra le più care in Europa. Ma non è l’unico effetto: l’11 per cento delle imprese lamenta ritardi nei servizi a causa delle interruzioni logistiche, con inevitabili ripercussioni sui clienti, mentre per un altro 11 per cento la domanda estera è diventata instabile, con mercati in calo o più difficili da raggiungere.
A questi numeri si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: anche tra le imprese che non hanno subito impatti immediati, il 21 per cento ammette di essere fortemente condizionato dal clima di incertezza, che influenza le scelte strategiche e frena la programmazione.
L’instabilità e le imprese in difesa
La reazione delle aziende bergamasche è improntata alla prudenza. «Le imprese del terziario dimostrano resilienza e pragmatismo – spiega Giampietro Rota, presidente del Gruppo Grossisti e distributori vino e bevande di Confcommercio Bergamo -. Prevale il controllo dei costi e l’attenzione alla continuità operativa, con poche scelte radicali. Instabilità, calo dei consumi e rincari energetici impongono cautela e rallentano inevitabilmente gli investimenti».
Un settore particolarmente esposto è quello della distribuzione alimentare, che si trova al centro della filiera tra produzione e consumatori. «Oggi – sottolinea Aurora Minetti, presidente del Gruppo Grossisti alimentari – il settore deve compiere una scelta decisiva: smettere di reagire in ordine sparso e iniziare ad agire come filiera».
I dati bergamaschi parlano chiaro: due imprese su tre operano in un contesto che blocca programmazione e investimenti. Le risposte messe in campo finora – diversificazione dei fornitori, revisione dei mercati, riduzione dei rischi – sono segni di resilienza, ma anche il limite di una strategia puramente difensiva e individuale.
Secondo Minetti, la distribuzione alimentare ha una responsabilità chiave: «Essere un punto di coesione e non di dispersione. Servono decisioni collettive, capaci di tutelare imprese, consumatori e territori, anche rinunciando a vantaggi immediati per costruire un equilibrio più solido e duraturo». Un’urgenza che emerge anche dal contesto nazionale: il Rapporto 2025 sul mercato enogastronomico, presentato da Roberta Garibaldi, docente dell’Università di Bergamo, conferma infatti che l’agroalimentare italiano resta un asset competitivo globale, fondato su identità, qualità e legame con il territorio.
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Aurora Minetti
Giampietro Rota
Le aziende vogliono meno burocrazia
Dalla ricerca emerge inoltre che il 56 per cento delle imprese del terziario ha modificato i rapporti con l’estero: il 38 per cento ha rivisto le strategie di approvvigionamento, il 28 per cento ha rafforzato i legami con mercati considerati più affidabili ed il 21 per cento ha sospeso contratti internazionali diventati insostenibili. Anche il turismo registra segnali di rallentamento, con una riduzione di alcuni flussi segnalata dal 13 per cento degli operatori.
Quanto alle strategie adottate, molte aziende scelgono di concentrarsi sulla gestione quotidiana: il 41 per cento non ha introdotto misure specifiche, mentre tra chi ha reagito prevalgono la diversificazione dei fornitori (24 per cento) e la ricerca di collaborazioni di filiera (11 per cento). Una minoranza investe in efficienza energetica e digitale, contratti più flessibili o in un vero e proprio ridisegno delle filiere.
Sul fronte degli investimenti, il quadro è fatto di cautela più che di blocco: quasi la metà delle imprese (49 per cento) non ha modificato i piani di crescita, ma il 19 per cento ammette che l’instabilità impedisce una programmazione di lungo periodo. Il 32 per cento procede con piccoli investimenti graduali, in attesa di uno scenario più stabile.
«Perché il sistema possa davvero rafforzarsi – conclude Minetti – serve un contesto favorevole: meno burocrazia e risposte più rapide alle esigenze del mercato. La distribuzione alimentare è pronta a fare la sua parte. Ora la scelta è chiara: subire l’incertezza o affrontarla con una visione condivisa, responsabile e coraggiosa».