Bergamo continua a correre, ma con il freno leggermente tirato. È questa l’immagine che emerge dall’ultimo report della Provincia sui flussi del mercato del lavoro, rilanciato dalla Cisl, che fotografa un 2025 ancora positivo, ma decisamente meno brillante rispetto agli anni precedenti.
Rallenta la crescita dell’occupazione
Il saldo tra avviamenti e cessazioni si ferma a +4.580 posizioni: un dato che resta in territorio positivo, ma lontano sia dall’exploit del 2021 – quando si superarono le tredicimila unità – sia dai risultati più recenti, che viaggiavano stabilmente oltre quota seimila. Un rallentamento che, di fatto, prosegue il trend negativo avviato nel 2022.
Eppure, il mercato del lavoro bergamasco continua a distinguersi nel panorama nazionale. I tassi di occupazione restano tra i più alti d’Italia e la disoccupazione scende fino all’1,3 per cento, uno dei livelli più bassi in assoluto. Numeri che, come sottolinea il segretario provinciale Cisl Luca Nieri, confermano «la capacità del territorio di assorbire quasi tutta la forza lavoro disponibile».
Il Pil fermo al palo
Ma dietro questi dati positivi si nasconde un paradosso: il lavoro c’è, ma la ricchezza non cresce. Il Pil, infatti, resta sostanzialmente fermo, frenato da una produttività che fatica a ripartire e da una presenza significativa di settori a basso valore aggiunto. Il risultato è un sistema economico che tiene sul piano occupazionale, ma mostra segnali di affanno sul fronte della crescita.
Non mancano poi le criticità settoriali. Automotive, tessile e chimico continuano a dare segnali di sofferenza, mentre l’edilizia cresce, trainata soprattutto dalle scadenze legate al Pnrr. Anche qui, però, emerge un problema ormai strutturale: la difficoltà nel trovare personale qualificato. La difficoltà a trovarsi tra domanda e offerta non è una novità, ma il risultato di anni di investimenti insufficienti in formazione e percorsi professionali poco sviluppati.
Donne e giovani ai margini
Un altro elemento chiave riguarda la composizione dell’occupazione. Se da un lato si registra una saturazione dell’impiego maschile, dall’altro cresce – seppur lentamente – quello femminile, che resta comunque sotto la media lombarda. A pesare sono fattori strutturali: servizi per l’infanzia ancora insufficienti, scarsa flessibilità degli orari e salari poco attrattivi nei settori in espansione.
«Il risultato è un mercato che cresce a metà» osserva ancora Nieri, evidenziando come donne e giovani restino in parte ai margini. Intanto, la domanda di lavoro elevata viene sempre più spesso soddisfatta da lavoratori provenienti da altre province o dall’estero. Una dinamica che apre nuovi fronti: dalla necessità di politiche abitative adeguate ai servizi per l’integrazione, fino agli strumenti di conciliazione famiglia-lavoro.
Le incognite sul futuro
Sul quadro complessivo pesa anche l’incertezza internazionale. Le tensioni geopolitiche, i costi energetici elevati e il rallentamento delle stime di crescita incidono su un territorio fortemente orientato all’export come quello bergamasco. Molte imprese, in questo contesto, scelgono di rinviare gli investimenti, aumentando le incognite sul futuro.
La fotografia che emerge è quindi quella di un’economia capace di garantire occupazione, ma in difficoltà nel generare valore aggiunto. Un modello che assicura stabilità nel presente, ma che solleva più di una preoccupazione per gli anni a venire.
La ricetta, secondo la Cisl, è chiara: puntare sulla qualità del lavoro. «Servono investimenti in competenze, salari adeguati, maggiore flessibilità organizzativa e servizi in grado di sostenere famiglie e lavoratori. Senza dimenticare il tema della casa, sempre più centrale per attrarre e mantenere manodopera. Solo così – conclude il sindacato – Bergamo potrà tornare a crescere davvero: non solo nei numeri, ma anche nel valore».