Sabato 13 ottobre, ore 21

Vajont, la tragedia e le tante ombre raccontate da Rottoli in Sant’Agata

Vajont, la tragedia e le tante ombre raccontate da Rottoli in Sant’Agata
Eventi 13 Ottobre 2018 ore 09:13

«Gli operai e gli ingegneri racconteranno per tanto tempo ancora questa singolare avventura del lavoro umano ed avranno il vanto di dire: io c’ero!». Sono state tristemente profetiche le parole con cui Carlo Semenza, progettista della diga del Vajont, chiuse il documentario da lui voluto per immortalare l’ardito progetto. A cinquantacinque anni di distanza da quel tragico 9 ottobre 1963, torna in scena a Bergamo l’orazione civile Vajont, scritta da Gabriele Vacis e Marco Paolini e portata in scena dall’attore bergamasco Omar Rottoli. Una “diretta sulla memoria” quella di Paolini che nel 1997 incollò davanti alla tv milioni di telespettatori.

 

 

Sabato 13 ottobre, alle 21, nell’ex carcere di S.Agata in Città Alta Rottoli proporrà l’ennesima replica (siamo a circa ottanta) di un recital che l’ha portato in tutta Italia e addirittura sui luoghi del disastro di Erto e Casso. «La storia del Vajont – spiega Rottoli – è drammaticamente vicina, purtroppo, al nostro presente. A fatti come il crollo del Ponte Morandi, al terremoto de L’Aquila oppure al terremoto di San Giuliano di Puglia, con la scuola crollata perché costruita in modo indegno. La storia è ciclica e ripresenta situazioni analoghe a distanza di tempo: per questo è importante ricordarla, riprenderla, approfondirla». La vicenda del Vajont è in questo drammaticamente esemplare. «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui». Così scrisse nel 1963 Dino Buzzati sul Corriere della Sera, per raccontare il tragico destino della gente di Longarone, spazzata via dall’onda innescata dalla frana del Monte Toc.

«Un’onda tanto violenta che ancora non si è spenta – sottolinea l’attore bergamasco -. Un’onda che dopo aver portato morte e distruzione è stata cavalcata ad arte per dividere i superstiti già dal giorno dopo (un nemico frazionato è più battibile, anche in sede giudiziaria), per permettere infiltrazioni mafiose nella ricostruzione, per consentire truffe milionarie a danno dei sopravvissuti, fra i quali anche i bambini senza famiglia dati in affido a famiglie interessate solo alla dote di risarcimenti che questi fanciulli portavano con sé». In tre ore di monologo, Rottoli non solo racconta l’escalation incredibile di malaffare e irresponsabilità di quegli anni davanti al pericolo della frana, ma sollecita il ricordo attivo e l’impegno civile come occasioni per onorare i morti e soprattutto evitare il ripetersi di simili tragedie. «Fu proprio il lavoro di Paolini del ’97 a sollevare il velo su questa vicenda, facendola tornare all’attenzione del grande pubblico: dove non arriva l’informazione, spesso, grazie a Dio arriva l’arte, il teatro. Ci fu anche il film di Martinelli nel 2001. Una delle richieste dei sopravvissuti è quella che il Vajont dovrebbe essere raccontato nelle scuole».

 

 

Una tragedia annunciata. Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno. Il 9 ottobre del 1963, alle 22.39, una frana di proporzioni inimmaginabili si staccò dal Monte Toc e finì la sua corsa nella nuovissima diga eretta sul torrente Vajont, allora quasi piena. L’impatto di milioni di metri cubi di terra e roccia sull’invaso che lambiva gli abitati di Erto e Casso (sostanzialmente risparmiati dalla tragedia) provocò un’onda senza precedenti cui la diga si oppose efficacemente, ma che, superato lo sbarramento, piombò a valle, causando 1.910 morti (secondo la stima oggi più attendibile), soprattutto a Longarone. Commissioni d’inchiesta, ma anche il lavoro caparbio della giornalista Tina Merlin che scrisse il libro Sulla pelle viva da cui Paolini ha tratto il proprio testo, portarono alla luce le vicende legate alla costruzione del bacino tra Veneto e Friuli e i meccanismi perversi e interessati che portarono alla decisione di andare avanti con i lavori nonostante gli evidenti segni di cedimento della frana sulla sponda sinistra della valle. In corso d’opera si decise di approfondire gli studi relativamente alle azioni dinamiche sulla diga. Essi furono condotti in parte presso l’Ismes di Bergamo, come ricordato anche nel documentario voluto dal progettista Carlo Semenza e presentato prima della tragedia. Le indicazioni dei tecnici e soprattutto dei geologi rimasero inascoltate: e il 9 ottobre del 1963 arrivò la tragedia annunciata.

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