Moriva 25 anni fa

Chi fu in realtà Aldo Fabrizi? Un poeta. E Roma l’amore suo

Chi fu in realtà Aldo Fabrizi? Un poeta. E Roma l’amore suo
03 Aprile 2015 ore 14:21

Quelli del ramo sanno che Fabrizi (Aldo) fuori, dove che ce passeno tutti, al Verano, si scrive Fabrizi, in italiano; ma drento, ne la cappella sua, ’ndove che ce vanno solo in pochi, se scrive co ddue “b”: Fabbrizi.

Roma e Fabbrizi so’ na sola cosa: lui il poeta, e lei l’amore suo. E anche questo ce lo sanno in pochi, che lui cominciò come poeta. Poi fece un sacco di mestieri, fra cui il vetturino l’anno santo del 1925. Perché non solo era nato povero – la madre faceva la fruttarola a Campo de’ Fiori – ma divenne anche orfano presto – a 11 anni – quando il padre, vetturino anche lui, cadde con cavallo, carretto e carico dentro ‘na maràna (una marrana, in italiano), cioè in uno di quei canali di natura imprecisata che attraversano l’agro romano. Costretto ad abbandonare gli studi per contribuire al sostentamento della famiglia – oltre alla madre c’erano cinque sorelle – tra le quali Elena, che per tutta Cinecittà diventerà “Sora Lella” – a forza di fare un mestiere, l’altro, l’altro si fuse con l’aria stessa della città, il suo clima, i suoi umori.

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In Campo de’ Fiori, con Anna Magnani (sempre a litigà, quei due) , rivisse i tempi in cui la madre c’aveva il banchetto, L’ultima carrozzella riprende a tal punto la sua vicenda familiare che si dice che lo spolverino e il cappello usati in quel film non erano abiti di scena, ma proprio quelli che l’attore aveva usato quando non era ancora attore. Roma città aperta, il celeberrimo film di Rossellini in cui Fabrizi condensa nell’unica figura di don Pietro la storia di due sacerdoti fucilati dai Tedeschi (uno a forte Bravetta e l’altro alle Fosse Ardeatine), è del 1945, cioè un’opera ancora calda di sangue versato. In genere si dice che quello di don Pietro è il suo ruolo più riuscito, quello in cui le sue doti di attore raggiungono i risultati più alti. Ma forse in questo giudizio entrano anche considerazioni più generali, che portano a far tutt’uno di un film – soprattutto se di capolavoro si tratta – e dei suoi attori.

Ma quelli di noi che, anticipando le traversie di Fantozzi rag. Ugo, poterono in anni lontani beneficiare della partecipazione ai più impegnati e deserti cineforum della storia, ricordano perfettamente le maiuscole interpretazioni di Fabrizi (quasi irriconoscibile ai posteri) in Il delitto di Giovanni Episcopo (dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio), dove è appunto il personaggio che dà il nome all’opera, e in quel film di seconda scelta che è I Tartassati nel quale però il maresciallo Topponi (Fabrizi, appunto) rifulge almeno quanto Rod Steiger (Oscar quale migliore attore non protagonista per il ruolo di Bill Gillespie) in La calda notte dell’Ispettore Tibbs. E non diciamo di tanti altri ruoli nei quali si verifica quasi sempre il fenomeno di un attore che riesce a compiere comunque un prodigio anche se niente intorno lo costringerebbe a recitare a quelle altezze.

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Se si pensa anche ad alcune sue “ospitate” televisive – occasioni nelle quali nessuno pensa di doversi impegnare più che tanto – la sindrome si ripete: la sua presenza è irresistibile, un grumo di energia, un condensato di scuola e di vita che sembra inattaccabile a qualsiasi critica malevola. Che non gli mancarono, soprattutto negli ultimi tempi e soprattutto da parte di sceneggiatori che mal sopportavano di dover lavorare con un monumento simile.

Oltre al cinema, c’è poi da dire, Fabrizi lavorò per il teatro. Nel 1961-62 al Sistina di Roma fu Mastro Titta – il boia papalino – nella commedia musicale Rugantino scritta e diretta dalla premiata ditta Garinei & Giovannini, con la collaborazione di Massimo Franciosa e Pasquale Festa Campanile. Portata negli Stati Uniti, a Brodway, ottenne un successo memorabile registrando sempre il tutto esaurito.

Ma Fabrizi non sarebbe restato o diventato Fabbrizzi se non gli fosse rimasta, sul fondo di quel fiume in piena che fu la sua personalità, la vena d’acqua dolce e corrente della sua poesia. Negli ultimi anni essa si incontrò con l’emblema stesso della fame atavica che, da Pulcinella a Miseria e Nobiltà, contraddistingue la nostra vicenda nazionale: la pasta asciutta. Bisogna sentirle da lui, queste poesie.

 

https://youtu.be/3SpjKKe0Ikc

 

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