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Il film da vedere nel weekend Hereditary, bello destabilizzante

Il film da vedere nel weekend Hereditary, bello destabilizzante
28 Luglio 2018 ore 06:45

Regia: Ari Aster.

Con: Toni Collette, Gabriel Byrne, Alex Wolff, Milly Shapiro, Ann Dowd.

Dove vederlo a Bergamo e provincia: qui.

 

Se si chiedesse a qualcuno se conosce il regista Ari Aster, state pur certi che risponderebbe di no. Sì, perché di quest’autore appena trentenne non si è mai visto altro che un paio di cortometraggi. Un nome fra i tanti nella selva delle produzioni cinematografiche minori, un wannabe che aspettava la sua grande occasione per emergere. Che quello del cinema sia un mondo difficile, fatto di grandi conglomerati industriali, regole ferree a cui sottostare e – soprattutto – di un marasma di autori anche talentuosi che però non hanno la possibilità di inserirsi nel giro che conta, è un fatto risaputo. La distribuzione, poi, fa il resto: numerosissimi titoli interessanti non arrivano mai su alcuni mercati e i film che passano per i festival spesso si smarriscono per sempre (in questo senso il contenitore Fuori Orario di Rai3 svolge un ruolo essenziale). Questo per dire che, insomma, non è un mestiere immediato e che il talento deve incontrare la fortuna.

 

 

Per fortuna è il caso di Aster, che sbarca in sala con il suo primo lungometraggio horror Hereditary. Le radici del male, acclamatissimo negli Stati Uniti. Il film si presenta come un altro titolo di quella nuova onda dell’horror americano che sta prendendo piede negli ultimi anni. Film qualitativamente ambiziosi, dotati di trame spesso non innovative dal punto di vista tematico ma remixate in configurazioni inedite. Si pensi ad esempio al celebratissimo It Follows o ai più recenti The VVitch o It Comes at Night (quest’ultimo purtroppo ancora inedito nel nostro Paese). Proseguendo su questa linea, Hereditary parte da una scomparsa, quella di Ellen Graham. La donna, dalla complessa e certamente sfaccettata personalità, lascia alla figlia Anne il non facile compito di elaborare il lutto, mentre la casa in cui ha abitato per anni comincia a essere teatro di oscure manifestazioni. Da qui tutto si muove rapidamente e inesorabilmente verso l’abisso, in una delle rappresentazioni più drammatiche di una famiglia problematica che il cinema horror ci abbia fornito negli ultimi anni. Il trauma del vivere insieme si fonde con quello della morte, in un andirivieni di tensione e shock che genera un clima particolarissimo e assai efficace.

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Come si è detto, in questa new wave dell’horror americano (ammesso che si possa definire tale, ma parrebbe di sì), non è tanto l’insieme degli spunti narrativi a essere nuovo, ma la modalità di proporli e fonderli insieme. Qui siamo di fronte al tema – ormai consolidatissimo – di uno spazio infestato abitato da una memoria ingombrante e del rapporto mai del tutto risolto fra passato e presente. La figura fondamentale è quella del diorama, il modello di uno spazio reale e immaginario insieme che contiene la chiave di lettura più interessante del film (nessuno spoiler, ovviamente). Con una maestria decisamente sorprendente per un esordio nel lungometraggio, il regista orchestra spazi e immagini della paura in un modo convincente e ricercato, che rielabora la lezione dei grandi maestri del genere in forme personali eppure deliziosamente citazioniste. Un cast di interpreti indovinatissimo chiude il cerchio felice di un film che si lascia ricordare soprattutto per il modo magistrale con cui viene organizzata la grammatica della paura. Film come questi capitano raramente al cinema, soprattutto per un genere spesso tacciato di essere poco interessante. Un’occasione preziosa per godere di un film raffinato e diverso dal solito, da non lasciarsi sfuggire.

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