Ad ArtUp, Banca Popolare di Bergamo

L’artista delle mappe colorate (fatte da sapienti mani afghane)

L’artista delle mappe colorate (fatte da sapienti mani afghane)
09 Febbraio 2015 ore 11:40

L’appuntamento di Febbraio di Art Up, la serie di incontri ravvicinati tra gli utenti e la collezione d’arte della Banca Popolare di Bergamo, propone la scoperta di un grande artista della scena italiana: Alighiero Boetti. Nell’atrio della sede di Piazza Vittorio Veneto è esposto uno dei suoi grandi arazzi, mappe di vita e società che Boetti faceva cucire negli anni Settanta in Afghanistan da maestranze locali femminili, secondo sue precise indicazioni.

Alighiero Boetti ha vissuto poco, solo 54 anni, prima di ammalarsi di tumore, ma è riuscito lo stesso a sconvolgere alcune delle regole dell’arte visiva e della pittura, regalando coloratissimi messaggi a chiunque abbia la volontà di fermarsi a “giocare” un po’ con le sue opere.

 

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Chi era Alighiero Boetti. La biografia racconta che era un conte, figlio di un notaio e una violinista di Torino, avviato agli studi di Economia e Commercio che abbandonò per seguire, da autodidatta, la sua vera passione: l’arte visiva. Non tanto la pittura che Boetti considerava distante dai fatti della vita comune, quanto l’immagine, evocazione di un pensiero e sdoppiata nel suo aspetto e nella sua comprensione. Alighiero Boetti è stato un esponente dell’arte povera italiana e in parte è così, perché ha partecipato a quasi tutte le collettive del gruppo, anche se non è del tutto corretto incanalare il suo lavoro verso un movimento, perché Boetti si è sempre sentito libero di portare avanti la sua personale ricerca.

Il doppio è la chiave per interpretare il lavoro di questo artista che dal 1973 inizia a firmarsi Alighiero e Boetti. Si tratta di un doppio speculare fatto di destra e sinistra, di alto e basso, di parola e immagine. Il gioco fra la parola e i suoi significati è stata una delle sue ricerche più apprezzate. La creazione di motti che si inseguono e si ripetono negli spazi di una tela è cuore delle sue opere più conosciute. Alcune di queste frasi sono diventate celebri: «Non parto non resto» o «Creare e ricreare». Anche la serie delle Mappe, di cui un esempio è esposto adesso a Bergamo, è una sorta di doppio, perché nel planisfero gli Stati, colorati con le cromie della loro bandiera, assumono una connotazione diversa da quella a cui siamo abituati.

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La factory delle tessitrici afghane. Molte delle opere firmate dall’artista torinese sono realizzate da un gruppo di tessitrici di Kabul con le quali ha collaborato per diversi anni. È la scuola della signora Kandi, che Boetti conosce in uno dei suoi numerosi viaggi in Afghanistan. Qui l’artista era finito un po’ per caso durante altre ricerche, ma era rimasto così affascinato da questo luogo da considerarlo una seconda casa e tornarci con regolarità per tutta la sua vita. Quando nel ’79 Kabul viene invasa dai carri armati sovietici, la Factory sembra destinata a chiudere per sempre, ma qualche anno più tardi le donne afghane, rifugiatesi a Peshawar in Pakistan, riescono a proseguire i lavori di ricamo realizzando “le mappe aggiornate del mondo”, nuovi reticoli di lettere colorate e altri arazzi monocromi.

 

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La Mappa. Quest’opera è appena tornata nella collezione della banca dopo essere stata esposta nei mesi scorsi nella prestigiosa mostra On the road, allestita a Santiago di Compostela per celebrare l’ottavo centenario del pellegrinaggio di San Francesco in quella città. La prima cosa che si nota è che la dimensione delle nazioni sembra sfalsata rispetto alle proporzioni che tutti noi siamo abituati a vedere. Boetti, infatti, crea una sorta di mappa dell’influenza geopolitica dei diversi Stati e delle diverse potenze e i colori delle bandiere finiscono col mescolarsi e ricoprire strisce di territorio che appaiono inaspettate e apparentemente scorrette ai nostri occhi.

La tecnica dell’arazzo fa da legante verso una sapienza artigianale e concreta che l’occidente ha perso e rende le tessitrici co-autrici dell’opera insieme all’artista.  Sul bordo di ogni mappa c’è un motto da ricucire con gli occhi, leggendo simbolo dopo simbolo. Si tratta di un piccolo messaggio che ci viene consegnato e che non ha mai un’unica interpretazione (ad esempio: «Frasi bugiarde dice il bugiardo, dirò sempre tutta la verità mai dire mai»).  I colori di Boetti e i suoi messaggi sono ciò che lega il pubblico all’opera; la tela ha bisogno di farsi leggere e di farsi guardare e, mentre questo gesto si compie, lo spettatore gira e si muove intorno ad essa e inizia a pensare. E viene interpellato.

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