Prima di passare ai film di Natale

Con Marriage Story piangerete tanto (è su Netflix e apre delle voragini)

Con Marriage Story piangerete tanto (è su Netflix e apre delle voragini)
14 Dicembre 2019 ore 09:07

Vedere Scarlett meno che fatalona, con i capelli corti, senza boccoli né extension, spezza il cuore; e tanto basterebbe per squarciare il velo candido di un weekend d’inverno, quando Dirty Dancing è decisamente fuori stagione ma per Love Actually dobbiamo aspettare almeno una settimana, se non due. Vedere Adam Driver così alto, quasi bello – in modo da sembrare bellissimo – con quei maglioncini senza errori e le maniche della camicia arrotolate al punto giusto, fa sussultare anche la più amareggiata delle single (visto che Hugh Grant natalizio, dopo Bridget Jones, è diventato poco credibile nel ruolo di Love Actually, ma lo si ama lo stesso). Tutto questo è Marriage Story, dal 6 dicembre su Netflix. Ed è già man bassa di candidature ai Golden Globe.

 

 

Come se tutto questo non fosse già straziante di per sé, ci si mette Noah Baumbach, che ci va sempre molto piano quando si tratta di mettere le mani nelle borsette di lacrime di noialtri divanati tisanamuniti a dicembre (okay, noialtre, divanate, tisanamunite). Scarlett ha le lacrime sempre in canna per due ore e le rughette naso-labiali pronunciate, la forma a clessidra (ce la ricordiamo eccome, stretta in quella camicetta in Match Point, non ne abbiamo mai trovata una che ci cadesse così bene) è nascosta in jeans e blusa larga, si traveste da una di noi. Una che incontra l’uomo nel momento giusto, quello di cui ti innamori dopo due secondi, «anche se poi non ha più senso». Come fa a perdere di senso questa impressione di assoluto, di avere tutto al proprio posto? Succede, e poi diventa solo pane per gli avvocati, a quanto pare bellissimi a Los Angeles, Laura Dern, precisissima con i boccoli perfetti e i tubini al millimetro, e Ray Liotta, in doppio petto e spalle quadratissime.

 

 

La voragine è profonda, ma sottile, i due sono così vicini eppure definitivamente lontani. Viene da urlare: «Basta! Abbracciatevi, tornate insieme, abbracciate il vostro bambino, andate a casa, non fatevi trovare dagli avvocati!» (è così grave aver effettivamente urlato all’indirizzo dello schermo in un momento di pathos? Chiedo per un’amica). L’amore serve a molte cose, ma forse non a tenere insieme le persone. La cosa più dolorosa è l’impressione chiara che i due non possano fare a meno di volersi bene, ma che questo non abbia senso. Nessuno dei due riesce a liberarsi del centro della propria esistenza, New York, Los Angeles, il lavoro, l’ambizione, la scuola del bambino. Ma non c’è meschinità, piuttosto l’ineluttabilità della sentiero già tracciato (quando, da chi e soprattutto, per dove?). È tagliare i capelli a chi ami, allacciargli le scarpe. E ti pare poco? E ti pare abbastanza per rovinarsi la vita?

Gli effetti di Marriage Story sulla vita privata sono devastanti. Poco lontano, sulla homepage di Netflix c’è Notting Hill. La tentazione è forte. Hugh, ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

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