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Dai Romani ai Cinesi

Le pene più atroci della storia

Le pene più atroci della storia
Eventi 01 Novembre 2014 ore 11:47

«Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali», così scriveva Cesare Beccaria nel 1764 nel saggio Dei delitti e delle pene. Non è sempre stata questa, però, la visione del legislatore penale. Ecco una carrellata di alcune delle pene più atroci che siano mai state inflitte nel corso della storia.

Poena cullei. La poena cullei, ovvero la pena del sacco, era la pena inflitta dal diritto romano criminale a chi si macchiava del reato di parricidio. Immediatamente dopo la condanna, il colpevole veniva portato in carcere con ai piedi degli zoccoli di legno ed in testa un cappuccio di pelle di lupo e, dopo essere stato frustato, veniva chiuso in un sacco di cuoio insieme ad un cane, un gallo, una vipera ed una scimmia. Il sacco veniva, poi, trascinato lungo le vie della città ed, infine, gettato nel Tevere. Le bestie straziavano e dilaniavano il reo, provocandogli una morte tremenda.

Gli animali non venivano scelti a caso ma per il loro valore simbolico. In particolare, il cane nell’antica Roma era considerato un animale vile ed immondo, mentre la scimmia rappresentava l’orripilante caricatura dell’uomo. La vipera rimandava simbolicamente al reato del parricidio perché, secondo una credenza popolare, la vipera femmina partoriva una piccola vipera al giorno, per un totale di venti e le altre, spazientite dall’attesa, uscivano dal fianco della madre, uccidendola. Infine, il gallo era considerato un animale molto feroce, in grado di uccidere le serpi. La presenza nel sacco di gallo e vipera, dunque, suggeriva l’idea di una catena senza fine di uccisioni e della violazione, all’interno del culleus, di quella regola fondamentale della convivenza civile che il parricida aveva infranto nella città.

La marchiatura. La marchiatura consisteva in una forma istantanea di punizione che lasciava un segno permanente. Questa pratica era molto in voga nell’Inghilterra medievale dove, per segnalare i vari reati commessi, si utilizzava un sistema basato su diverse iniziali: “R” o “V” per i furfanti ed i vagabondi, “T” per i ladri, “M” per gli assassini e, ancora, “P” per gli spergiuri e la sigla “SL” per gli autori di libelli sediziosi. Il ferro rovente veniva applicato sul palmo della mano sinistra o sulla guancia, per rendere il marchio il più visibile possibile. Anche in Francia tutti i reati minori venivano puniti attraverso la marchiatura: in particolare, veniva utilizzato il marchio del “fleur-de-lis”, ovvero del giglio.

Punizione cinese dei monaci. Non è un caso che ancora oggi si usi l’espressione “torture cinesi”. La Cina, infatti, è, fra i Paesi del mondo, uno di quelli in cui le pene sono state caratterizzate dalle tecniche più strane, crudeli e disgustose. Fra queste c’era quella riservata ai monaci accusati di fornicazione ai quali, con un ferro rovente, veniva praticato un foro attraverso il collo nel quale veniva poi infilata una catena di ferro lunga circa 1,50 cm. Così incatenato, il colpevole veniva poi denudato e condotto lungo le strade della città. Se il monaco cercava di afferrare la catena per alleviare il dolore provocato dal peso che si scaricava sulla ferita aperta veniva colpito alla schiena con una frusta da un altro monaco. Questa processione continuava fino a che la vittima aveva raccolto una certa somma di denaro da dare al monastero al quale apparteneva a titolo di risarcimento per il reato commesso.

La Vergine di Norimberga. La Vergine di Norimberga è uno strumento di tortura utilizzato durante l’Inquisizione contro coloro che, accusati di eresia o di atti blasfemi, si rifiutavano ostinatamente di confessare le proprie colpe. Consisteva in un sarcofago dalle sembianze di donna, fatto di legno o ferro e riempito con chiodi o pugnali appuntiti.  I condannati venivano chiusi dentro tale arnese e letteralmente “abbracciati” dalla Vergine che li trafiggeva. La disposizione dei chiodi e coltelli all’interno della Vergine era così ben congegnata che, pur penetrando in varie parti del corpo, non trafiggevano organi vitali, di modo che la vittima era destinata ad una lunga agonia. Si tratta di uno strumento utilizzato in particolare in Germania, è a Norimberga, infatti, che fu ritrovato il prototipo di tale terribile macchina.

La museruola della diffamatrice. Nei secoli scorsi a diffamatrici e pettegole erano riservate pene molto severe. In particolare, veniva utilizzata la “museruola della diffamatrice” o “briglia delle comari” che consisteva in un’intelaiatura di ferro o cuoio che veniva chiusa intorno al volto della condannata in modo che una piastra metallica si inserisse in bocca bloccandole la lingua. Non tutti i tipi di museruola erano però così innocui, alcuni, infatti, erano in grado di provocare un forte dolore e gravi ferite. La museruola veniva usata anche per punire le donne accusate di stregoneria. Difatti, si credeva che le streghe avessero il potere, per mezzo di una qualche formula magica che canticchiavano o recitavano, di trasformarsi in animali e di muoversi nello spazio come volevano.