Concerto e intervista

Piccola Orchestra Karasciò al Goisis «Testi impegnati, musica leggera»

Piccola Orchestra Karasciò al Goisis «Testi impegnati, musica leggera»
24 Luglio 2019 ore 13:24

Avete ragione, vi capiamo. Con ‘sto caldo, essere ancora in città, magari addirittura al lavoro, è una vera tortura. Se le ferie le avete già fatte, vi tocca sopportare; se ancora ci dovete andare, invece, in ferie, portate pazienza. Intanto, noi, un modo per rilassarvi un po’ nonostante il caldo pressante e l’afa opprimente ve lo diamo: andate al Goisis. Lì, nel cuore di Monterosso e con la Maresana a concedere un’arietta fresca, si resiste bene. C’è buon cibo, ottimi cocktail e, soprattutto, buona musica. In particolare il mercoledì sera, quando vanno in scena i live. Stasera, 24 luglio, c’è la Piccola Orchestra Karasciò, per dire.

Scopriamo innanzitutto qualcosa sulla genesi del vostro lavoro. Come si lega il primo momento di ideazione e composizione, inevitabilmente più affidato al singolo (Paolo Piccoli, leader e voce del gruppo), con la successiva rielaborazione di gruppo? Di solito i brani sono sostanzialmente già definiti oppure il momento collettivo ha un forte peso specifico?

«Il metodo utilizzato per la creazione dei brani karasciò è un sistema ormai consolidato da più di dieci anni. Paolo porta in sala prove la canzone voce e chitarra e poi il gruppo, in base al tipo di brano, costruisce addosso al testo un arrangiamento a doc. Capita spesso che rispetto alla versione chitarra e voce portata in sala prove, il pezzo finale veda dei tagli di strofe, inserimenti strumentali o variazioni melodiche, ma sempre rispettando l’idea originale. Insomma, la genesi del pezzo è “individuale”, l’elaborazione è collettiva».

 

 

Quali matrici ha la vostra musica? Quali sono gli autori cui siete più affezionati e che vi hanno ispirato maggiormente? “A canzoni non si fan rivoluzioni”: ritenete che la musica possa legare con efficacia e in un modo proprio l’impegno e la leggerezza, il piacere estetico e lo stimolo critico?

«La nostra musica è figlia del cantautorato anni 70. Più o meno consapevolmente, i nostri testi e le intenzioni comunicative, prendono spunto da quel genere musicale. Da De Andrè a Gaber, da Guccini a De Gregori. “A canzoni non si fan rivoluzioni” è la classica canzone nello stile karasciò, con il testo che vuole toccare argomenti impegnati e la musica che sostiene il tutto con un andazzo scanzonato e leggero. È una modalità comunicativa che utilizziamo spesso. Un cortocircuito che ci permette di far passare al pubblico messaggi a volte delicati, mantenendo una leggerezza di fondo».

Ora che avete alle spalle diverse produzioni, ritenete di poter riconoscere un filo nel vostro percorso? Quali sono, sia dal punto di vista musicale che tematico, gli aspetti del vostro lavoro sui quali vi importa di più puntare?

«Non c’è un aspetto in particolare su cui puntiamo a priori. Il tutto nasce da un’urgenza personale. Dalla voglia di scoprire le cose che ci circondano elaborandole tramite il filtro della musica. Non tanto o non sempre per dare un senso alle cose, ma per puro senso di curiosità».

 

 

 

Nel vostro percorso mi pare che un’opera come “Apologie” abbia un carattere particolare, se non altro per la doppia operazione musicale e letteraria. Ci potete dire qualcosa delle intenzioni di quel lavoro?

«Il lavoro di “Apologie” era un lavoro dedicato alla morte. Come dicevo sopra, l’intento non era quello di dispensare consigli o massime filosofiche, ma quello di porsi delle domande, scoprire nuovi punti di vista. Essendo il tema della morte un argomento davvero vasto, nello scrivere l’album ci siamo accorti che le cose che avevamo da dire erano davvero molte. Così abbiamo trovato l’escamotage degli interventi recitati per poter inserire tutti il “materiale” venuto a galla».

Prediligete tendenzialmente un aspetto, tra elettrico e acustico, o vi piace la possibilità di alternare gli stili, sia tra concerti diversi che all’interno dello stesso concerto?

«Le due anime, acustica e elettrica, convivono da sempre nel gruppo. Questo per accontentare diversi tipi di spettacoli e di spettatori. In quelli più “raccolti” in cui il pubblico è lì per ascoltare ciò che dici, preferiamo allestire set acustici, meno elaborati dal punto di vista musicale, ma più diretti dal punto di vista della scrittura. Mentre in quelli più festaioli, quando ti accorgi che la gente ha voglia di muovere il sedere, preferiamo proporre live elettrici».

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