Questa sera la riapertura

Oggi è il gran giorno dell’apertura Chi ringraziare (prima di tanti altri)

Oggi è il gran giorno dell’apertura Chi ringraziare (prima di tanti altri)
22 Aprile 2015 ore 09:50

All’inizio fu Giacomo Carrara, conte, figlio di Carlo, nato a Bergamo nel 1730, sposato a Marianna Passi, sua cugina, senza eredi in quanto l’unico figlio era morto dopo pochi giorni. Giacomo aveva la grande passione, ereditata dal padre, per il collezionismo. Annotò in modo non molto ordinato i suoi acquisti in un quaderno che aveva intitolato Memorie di carattere. Ad un certo punto si trovò con un tal numero di quadri da non poterli più tenere in casa. Così decise di trasferirli in un grande edificio neoclassico già acquistato dal padre in Borgo San Tomaso: alla morte di Giacomo, nel 1796, verranno contati ben 1275 dipinti distribuiti in 11 sale, che essendo il conte senza eredi, vennero lasciati ad una Fondazione inizialmente gestita dalla moglie. Cominciò così la storia di una delle più straordinarie pinacoteche italiane (Federico Zeri la metteva al terzo posto per importanza dopo Uffizi e Brera). Oggi di quei mille e passa quadri inventariati in modo impreciso, ne sono stati riconosciuti 407. E tra questi ci sono capolavori come i Tre crocefissi di Vincenzo Foppa o il Matrimonio mistico di Santa Caterina di Lorenzo Lotto.

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Ma il conte Giacomo oltre a quel ben di Dio di opere aveva anche regalato alla sua città uno stile: quello di un collezionismo generoso che non tiene le cose per sé ma vuole che i capolavori diventino patrimonio di tutti. Se la Carrara in poco più di 200 anni ha potuto mettere insieme un patrimonio che ha pochi paragoni, è proprio perché il conte Giacomo ha indicato la strada a tanti altri appassionati collezionisti come lui. L’elenco è davvero lungo. Il primo a seguirlo è stato Giacomo Lochis, conte pure lui, che fu podestà a Bergamo tra 1840 e 1848. Aveva una villa fuori città, alle Crocette di Mozzo, che con i suoi 550 dipinti appesi alle pareti aveva l’aspetto di un vero e proprio museo. Alla sua morte sognò infatti che la villa diventasse museo, donato e affidato al Comune, quasi in concorrenza alla Carrara. Con scelta saggia invece l’amministrazione preferì prima tergiversare, per poi convincere gli eredi a lasciare metà delle opere da esporre alla Carrara, liberando alla vendita tutto il resto. La selezione fu molto accurata, perché seguita da un grande esperto come Giovanni Morelli, che assicurò all’Accademia alcuni capolavori come lo straordinario San Sebastiano di Raffaello o la Madonna giovanile di Tiziano.

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Lo stesso Morelli entrò poi nel novero dei grandi donatori della Carrara. Lui non era nobile, bensì senatore, e storico dell’arte e straordinario conoscitore (aveva inaugurato un metodo per il riconoscimento e l’attribuzione dei dipinti che avrebbe fatto scuola in tutt’Europa). Abitava a Milano, dove aveva poco alla volta trasformato la sua casa di via Pontaccio in un museo. Alla sua morte i 117 quadri della raccolta e le due sculture finirono in donazione alla Carrara. E anche in questo caso i capolavori non si contano: vengono da casa Morelli, ad esempio, il ritratto di Lionello d’Este di Pisanello o la meravigliosa Madonna di Alzano di Giovanni Bellini.

La storia della Carrara è una sorta di catena: ad un anello se ne attacca sempre un altro. Nel 1986 l’allora direttore Francesco Rossi decise di realizzare un catalogo scientifico dei quadri provenienti dalla raccolta Morelli. Chiese a Federico Zeri, uno dei più autorevoli storici dell’arte, di metterci mano. Zeri non solo ci lavorò, ma strinse un tale rapporto con l’Accademia, al punto che alla fine della sua vita decise di lasciare in eredità la raccolta delle sue sculture, tutte tra 1400 e 1800, coprendo così un vuoto. Infatti i donatori prima di lui si erano prodigati nel collezionare quadri, tralasciando invece la statuaria.

Se oggi la Carrara, che dopo sei anni riapre finalmente le sue porte, è la meravigliosa pinacoteca che possiamo tutti ammirare e godere come fosse un po’ patrimoni di tutti, e quindi anche nostro, è grazie alla generosità di tutti questi personaggi. Ricordiamocelo, perché la bellezza non è solo quella delle opere, ma anche di chi ha voluto che fossero per tutti.

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