Dedicata alle cover

Sanremo serata tre. Funebre

Sanremo serata tre. Funebre
13 Febbraio 2015 ore 13:31

Sanremo, terza serata: le cover. Che vuol dire i vecchi successi cantati dai nuovi cantanti. Serata funebre, quasi cimiteriale. Successo pieno: cinquanta per cento di share. Che vuol dire che metà di quelli che stavano davanti alla tv guardava il festival e l’altra metà tutti gli altri canali messi insieme. Inguardabili in questi giorni perché nessuno fa, come si dice, contro-programmazione, sapendo in partenza di perdere.

Perché tanti ascolti? Perché evidentemente a viale Mazzini (la sede romana della Rai) sanno perfettamente che il pubblico televisivo è fatto di persone che erano giovani quando erano giovani quelli dello Spandau Ballet – fine anni ’70 – e, risalendo le ere geologiche, di coloro che erano già abbastanza maturi negli stessi anni da non riuscire mai a digerire quel nome da impiccati. Ieri sera che Tony Hadley si è presentato invecchiato e con tanta ciccia addosso da assomigliare un po’ troppo al feldmaresciallo Goering si poteva pensare di assistere ad una (quasi) nemesi storica.

 

 

A questo pubblico così giovanile (l’aggettivo più bastardoche esista al mondo, per anziani che ballano con camicie a fiori) dovrebbero piacere, secondo i programmatori, le canzoni del tempo che fu (altra espressione orrenda, con quel “fu” così anagraficamente mortuario, da Mattia Pascal).

E ieri sera ce le hanno riproposte. Da Tenco in poi. Ci mancava solo che qualcuno reinterpretasse in chiave rap “Vecchio scarpone” (canta Gino Latilla) o, di Panzeri – Mascheroni, “Amami se vuoi”, dirige l’orchestra il maestro Cinico Angelini.

Pensiamo che il pubblico sia rimasto attaccato al video nella speranza che la successiva canzone sarebbe stata cantata comme il faut. Per questo – forse – i titoli venivano annunciati prima, a gruppi di quattro. Ha vinto Nek perché la sua versione era la più vicina all’originale. A cascata, cioè in ragione della distanza, tutti gli altri, fino a catastrofici flop.

Perché le canzoni, ormai l’abbiamo capito tutti, non sono soltanto il motivo, la melodia. Per quelli del 50 percento, le canzoni sono quelle che hanno ascoltato la prima volta alla radio o in vinile. Se le ricordano – ce le ricordiamo – per come erano arrangiate allora, cantate allora. Quando qualcuno le rifà, o è un genio o altrimenti precipita nella tragedia dei comici che non fanno ridere, cioè mette a disagio il pubblico.

 

 

Ieri sera, invece, i comici hanno fatto bene il loro mestiere: le ex iene Luca e Paolo, azzeccando perfettamente il disagio diffuso, e quasi anticipandolo, hanno fatto ridere proprio parlando della passione dei programmatori tv per i cadaveri: «Quando un grande artista passa a miglior vita sei distrutto perché non te l’aspetti, ma in televisione cominciano gli omaggi: tg, Vita in diretta e poi Giletti. E pure qui a Sanremo si canta il carrozzone, si riesuma la salma ogni due ore, commemora anche Fazio, officia Gramellini, però solo se il morto è un cantautore».

E il pubblico ha riso pensando, come sempre, che stessero parlando degli altri.

Speriamo che stasera non invitino Paolo Limiti l’anatomopatologo del mondo della canzone.

Il rischio c’è, anche in mancanza di lanci di agenzie, perché ieri sera – come se niente fosse – ci hanno ripropinato l’Elena Ceste dello Spazio, il capitano Cristoforetti gentilissima come sempre, a tratti eroica nel sostenere la propria banalizzazione televisiva recitando il remake del Somnium Scipionis, con la piccola, fragile Terra perduta nell’infinità dello spazio. Sentirsi chiedere cosa si prova a levitare dev’essere stato per lei, che ama la sua Italia, un colpo durissimo, pari a quello che deve aver provato un giorno lontano Romina Power quando, alzandosi dal letto, si trovò d’un tratto davanti la faccia di Albano. E decise di tornare in America.

A proposito: non è che stasera si collegheranno col Quirinale per chiedere al Presidente Mattarella cosa si prova a star seduto sulla Flaminia invece che sulla Panda grigia?

Per completezza dovremmo dire che è intervenuto il patron della Sampdoria, che prima o poi dovrà smettere di farsi il verso da solo se vorrà che qualcuno si impegni a sopportarlo.

Che Giovanni Caccamo, nella prima sfida tra le Nuove Proposte, passa il turno con l’augurale “Ritornerò da te” – e infatti tornerà – mentre Serena Brancale (Galleggiare) non è stata fortunata.

Amara (che è un nome proprio) ha vinto la seconda sfida (“Credo”), battendo Rakele che ha cantato “Io non lo so cos’è l’amore”. Beh, vedi di impararlo presto, ragazza mia.

 

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