E poi c'è fika, in svedese...

Sapete che significa gurfa in arabo? Questa e le altre parole intraducibili

Sapete che significa gurfa in arabo? Questa e le altre parole intraducibili
02 Dicembre 2015 ore 16:20

Tradurre è un po’ come tradire, si dice. Ogni lingua è un mondo a sé stante, perché non è soltanto l’idioma con cui una nazione si esprime, è anche lo specchio della sua cultura, della sua storia, dei cambiamenti sociali, avvenuti e in atto. Ci sono parole che di essere tradotte proprio non ne vogliono sapere, tant’è vero che per restituirne il senso occorre usare parafrasi, addirittura brevi didascalie, per spiegare concetti che, in origine, sono espressi perfettamente da un solo termine. Di parole così ce ne sono tante, in ogni parte del globo. Gli inglesi, ad esempio, trovano difficile tradurre alcuni termini italiani, come “commuovere”, “gattara” e “culaccino” (la traccia lasciata sul tavolo da un bicchiere). Ma non siamo soltanto noi, ad avere una lingua bizzarra. Basti volgere lo sguardo verso l’estremo nord e il lontano sud.

 

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In terre lontane e esotiche. Tra gli Inuit (popolo dell’Artico), il sostantivo iktsuarpok si usa per indicare quella particolare sensazione di attesa – e di anticipazione – che ci tiene incollati alla finestra, trepidando per l’arrivo di qualcuno. È sia eccitazione per un evento che deve verificarsi, sia impazienza, perché non è ancora avvenuto. Dall’altra parte del mondo, in Indonesia, si dice jayusquando una barzelletta è raccontata così male, da riuscire ugualmente divertente, provocando una sonora risata, mentre sull’Isola di Pasqua – per rimanere in contesto esotico – il verbo tingosignifica rubare a poco a poco tutte le proprietà del vicino, facendosele presentare e non restituendole più. Evidentemente, si tratta di una pratica piuttosto diffusa, sulla sperduta isola del Pacifico.

 

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In Giappone. Il giapponese, poi, è una vera e propria riserva di parole singolari. Aware, ad esempio, è la sensazione dolceamara che corrisponde a un breve e transitorio momento di bellezza trascendentale, wabi-sabi significa riuscire a trovare la bellezza nell’imperfezione e accettare serenamente il ciclo di vita e morte, mentre komorebi è la luce del sole filtrata dalle foglie degli alberi. Ci sono anche termini meno filosofici e poetici e più legati alla vita quotidiana, come tsundoku, l’atto di comprare un libro e poi non leggerlo, accatastandolo in una pila di altri libri non ancora letti, e age-otori, parola che si usa dal parrucchiere, quando ci si accorge di avere un aspetto peggiore dopo un taglio di capelli non riuscito.

 

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Toska, russo, e litost, ceco. A proposito del russo toska, Vladmir Nabokov ha scritto: «Nessuna parola inglese restituisce tutte le sfumature di toska. Al suo grado più profondo e più doloroso, è una sensazione di grande angoscia spirituale, spesso senza motivo. Al suo grado più lieve, è un dolore sordo dell’anima, un desiderio senza oggetto, uno struggimento che duole, una vaga irrequietezza, uno spasimo mentale, una brama. In casi particolari può essere il desiderio specifico di qualcuno o di qualcosa, nostalgia, mal d’amore. Al suo grado più basso, diventa ennui, noia». Anche un altro scrittore, Milan Kundera, ha cercato di spiegare il significato di una parola ceca che non esiste in nessun’altra lingua, litost: «Ho cercato invano di trovare un equivalente di questa parola in altre lingue, eppure trovo difficile immaginare che qualcuno possa comprendere l’anima umana senza di essa». Litost corrisponde al tormento nato dall’improvvisa consapevolezza della miseria e infelicità che affligge la condizione di un individuo.

 

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La poesia della Scandinavia. Anche nella penisola scandinava troviamo una serie di termini assai peculiari. In Norvegia forelsket è lo stato di indescrivibile euforia sperimentato quando ci si innamora, utepils significa stendersi al sole in compagnia di una buona bottiglia di birra, mentre in Finlandia tokka indica un branco numeroso di renne. Ma a riservare le sorprese più dolci è lo svedese. Quando ci si ritrova insieme agli amici per chiacchierare e prendersi una pausa dalla routine quotidiana, sorseggiando caffè e mangiucchiando pasticcini, in un bar o a casa, si usa la parola fika. E se a un simile piacevole raduno si eccede con il caffè e si giunge a bere la terza tazzina, si dice tretar. Assumere ben tre caffè di seguito rende difficile dormire fino a tarda ora, ma si può approfittare dell’insonnia per svegliarsi all’alba con il proposito di uscire per ascoltare il primo canto degli uccelli (gokotta), e se si è fortunati e la notte è serena, si può ammirare il mangata, il riflesso lunare sull’acqua, quando assomiglia a un sentiero di luce.

 

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In Europa. Gli scozzesi, invece, tartle, quando, imbarazzati, presentano qualcuno di cui si sono completamente dimenticati il nome, mentre i tedeschi, talvolta, soffrono di fernweh, cioè di nostalgia per un luogo che in realtà non hanno mai visitato. Qualcuno di loro, poi, prova shadenfreude, un malizioso piacere di fronte alla sfortuna altrui, e qualche altro ha torchlusspanik, ha paura che, crescendo, diminuiscano le sue opportunità. Lo spagnolo ama il sobremesa, il tempo trascorso dopo pranzo conversando con le persone con cui si è appena condiviso il pasto, e in portoghese (brasiliano) si dice cafuné, quando si scorrono con tenerezza le dita nei capelli di una persona a cui si vuole bene.

 

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L’yiddish. Anche l’yiddish si difende bene, in quanto a singolarità lessicali. B’shert è, letteralmente, il “destino” e corrisponde alla ricerca della persona che ci renderà completi e che noi, a nostra volta, saremo in grado di completare. Un trepverter, cioè parola-scala, è una risposta arguta a cui si pensa solo quando ormai è troppo tardi per usarla, mentre luftmensch, “persona d’aria”, è chi ha sempre la testa tra le nuvole.

A proposito di Africa e Medio Oriente. Se qualcuno è disposto a perdonare e dimenticare una prima offesa, a tollerare una seconda, ma a non perdonare, né a dimenticare una terza, viene chiamato ilunga, in tshiluba, la lingua che si parla nell’area sud-occidentale del Congo. Invece il bellissimo Ya’aburnee, in arabo, significa letteralmente “tu mi seppellisci” e corrisponde alla speranza di morire prima della persona che si ama, perché sarebbe molto difficile riuscire a vivere in sua assenza. È una parola da dedicare solo a chi è prezioso e vitale come una gurfa, la quantità d’acqua che si può contenere nel palmo di una mano.

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