con Matthew McConaughey e Woody Harrelson

True Detective, un capolavoro

True Detective, un capolavoro
17 Dicembre 2014 ore 12:36

È difficile che non ne abbiate sentito parlare. Se però non l’avete ancora vista, è il momento di recuperare. Stiamo parlando di True Detective, la serie di Nic Pizzolatto, seguita da un numero stratosferico di telespettatori, con dodici milioni di followers a puntata. I critici televisivi si sono consumati tra lodi ed elogi. Nove nomination agli Emmy Awards, con due statuette conquistate. I protagonisti della serie sono i detective Rustin Cohle e Marty Hart, interpretati magistralmente da Matthew McConaughey e Woody Harrelson, le cui vite si intrecciano nella lunga caccia a un serial killer in Louisiana, durata diciassette anni. Attraverso diversi archi temporali e adrenalici flashback sono raccontate le vite private e le indagini dei due detective, dal 1995 al 2012, anno in cui il caso viene riaperto. Se non vi abbiamo ancora convinto, ecco 5 buoni motivi per guardare True Detective.

Per iniziare a fremere in attesa della nuova stagione. True Detective è stata concepita come una serie antologica: avrà per ogni stagione interpreti e storie differenti. Hbo ha ultimato i preparativi della seconda stagione. Abbiamo seguito mese dopo mese gli sviluppi, le operazioni di casting e ci siamo rassegnati al fatto di non vedere i nuovi episodi prima del prossimo autunno. I primi due episodi saranno diretti dal regista Justin Lin. Le riprese dureranno quattro mesi circa e saranno girate dalle parti di Los Angeles, dunque si può presumere che le otto puntate raccolte nella seconda stagione saranno ambientate in California. Archiviati McConaughey e Harrelson, ci saranno Colin Farrell nei panni di Ray Velcoro, un detective corrotto; Vince Vaughn in quelli del malvivente Frank Seymon; Kelly Reilly nei panni di sua moglie; Rachel McAdams sarà Ani Bezzerides, uno sceriffo intransigente; Taylor Kitsch interpreterà un poliziotto in motocicletta di nome Paul Woodrugh. I nuovi protagonisti, da soli, meritano la visione.

Perché è un invito alla lettura. Considerando la ricchezza di richiami, citazioni, riferimenti letterari e fonti d’ispirazione che albergano nella serie è inverosimile immaginare che Pizzolatto avesse già in mente tutti questi collegamenti in  fase di scrittura. E’ più credibile pensare che la ricchezza della narrazione sia tanto nella penna di chi scrive quanto nella testa di chi guarda. Al di là dei rimandi (qualche erudito ha anche tracciato parallelismi con la Divina Commedia), True Detective è nato come romanzo, ma non trovando editore, Pizzolatto ha deciso di trasformarlo nel copione di una sceneggiatura. È lui il deus ex machina della serie. Nella scrittura di Pizzolatto è evidente la matrice narrativa dei grandi scrittori del Sud: da Erskine Caldwell a Truman Capote, da William Faulkner a Carson McCullers, da Tennessee Williams a Flannery O’Connor. Negli Stati Uniti ha fatto molto scalpore che alcune di queste influenze assomiglino a veri e propri plagi. Moltissimi accusano Pizzolatto di aver copiato da Il Re in Giallo di Robert W. Chambers, antologia di racconti brevi del 1895 (in Italia per Edizioni Hypnos) che ha ispirato persino il grande H.P. Lovercraft. Altri ritengono che la serie sia ispira alle riviste americane di genere pulp nate nel 1924, sulle cui pagine ha scritto anche Dashiell Hammett, in cui la narrativa gialla si alternava ad articoli riguardanti casi criminosi realmente accaduti. Proprio quel giornale ha cessato di esistere nel 1995, l’anno in cui ha inizio la storia narrata in questa serie. Coincidenza?

Perché Rust ha lasciato il segno. Il Detective Cohle è forse il personaggio televisivo più memorabile del 2014. I colleghi lo chiamano “l’esattore” perché non usa i bloc notes, come gli altri, ma uno di quei libroni che servono per fare i conti, con la copertina nera. Interpretato da uno strepitoso McConaughey che sembra essersi “ridotto” alla sua vera essenza, abbandonando la virilità da belloccio di Hollywood a cui eravamo abituati. L’attore si è spogliato della massa di muscoli (ha perso 25 kg per girare “Dallas buyers club”) e ha svelato un’intensità non comune, una “concentrazione” di energia che si riflette sul suo volto scavato e nei suoi occhi febbrili.

È senza definizioni. Non si può definire True Detective come un semplice crime o detective story: i protagonisti non sono supereroi, non incarnano il mito machista del poliziotto, non sono portatori di messaggi e lezioni morali. True Detective parla di due uomini che si ritrovano a lavorare insieme sul caso di un serial killer che porta a galla tutti i loro problemi, costringendoli a lottare contro i loro stessi demoni. Alla fine il mistero non riguarda l’assassino, ma chi gli dà la caccia. La struttura a flashback ci restituisce il loro ritratto più intimo. L’esplorazione delle loro debolezze mette in luce due individualità opposte, l’approccio alla vita diretto e quasi rozzo di Martin si contrappone alle riflessioni filosofiche di Rust. Spazi sconfinati e desolanti si alternano ad ambientazioni molto raccolte, l’interno dell’auto dei due detective che sfreccia in mezzo al nulla. Si tracciano scenari onirici in cui dominano viaggi mentali, in cui è d’obbligo il confronto sulle sfaccettate visioni dell’esistenza, antitetiche dei due poliziotti, perché il non-luogo circostante ha il potere di ridurre le cose alla loro essenza, di far emergere gli istinti violenti in uno, così come le riflessioni filosofiche nell’altro.

Per le sue note. Intense e  malinconiche. La canzone che accompagna i titoli di testa è Far From Any Road di The Handsome Family, gruppo composto da Brett e Rennie Sparks. Un capolavoro.

 

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