cantando De André

A Osio Sopra l’ultimo concerto di Marco Pesenti come voce degli Ottocento

Lascia dopo ventun anni, con un'ultima esibizione il 15 febbraio all’auditorium San Zeno. «Il suo canto potrebbe sembrare semplice: non lo è affatto, e renderlo comunicativo è una sfida. Mirava alle profondità dell’intimo umano»

A Osio Sopra l’ultimo concerto di Marco Pesenti come voce degli Ottocento
Osio Sotto e Osio Sopra, 12 Febbraio 2020 ore 10:49

di Marta Belotti

«I concerti di Osio hanno scandito la storia degli Ottocento. In parte è stata una coincidenza decidere di finire con il concerto del 15 febbraio all’Auditorium San Zeno. Tuttavia mi fa piacere pensare di chiudere un tributo in occasione del compleanno di De André (il 18 febbraio) piuttosto che per il suo anniversario di morte» racconta Marco Pesenti, voce degli Ottocento, la tribute band di De André. A Osio Sopra Marco, che ha annunciato il ritiro, chiuderà la propria esperienza con il gruppo nella serata del prossimo 15 febbraio. Gli Ottocento sono nati nel 1999, quando sei amici, Marco Pesenti, Alessandro Lampis, Fernando Tovo, Patrick Bamonte, Elena Manzoni e Luigi Suardi, hanno unito le loro strade musicali per farle convergere sulle note di De André subito dopo la morte del cantautore genovese. Una scelta d’impulso, che oggi Marco commenta così: «È stato più un moto del cuore. Non sopportavo l’idea di non sentire più quella musica dal vivo. Non è stato difficile raccogliere l’entusiasmo di mio cugino Alessandro e di alcuni amici musicisti. L’incognita era il cantante, io fino a quel momento avevo suonato come tastierista. Mi hanno detto prova tu, e siamo partiti. L’imbarazzo l’ho superato grazie al gruppo, e alla capacità di sognare».

Da quel giorno il gruppo ha continuato, vedendo anche qualche cambio di formazione e il passaggio di altri membri come Roberto Ainardi, Andrea Giustinetti, Elisabetta Faucher e Vincenzo Albini, ma sempre «smontandosi e rimontandosi in forme diverse come dei Lego» per usare le parole di Marco, che spiega: «Non c’è stato mai bisogno di una colla, stavamo bene insieme ovunque. Se ci penso ora mi si affollano i ricordi, dai concerti a Osio, che scandivano il tempo, ai nostri teatri Donizetti e Sociale, a Cinisi con Giovanni Impastato, fratello di Peppino, a Genova con don Gallo, i concerti per beneficenza e quelli nei piccoli locali. In questi 21 anni, qualcuno mi ha detto che avrei dovuto fare come De André, bere e fumare sul palco per assomigliargli fino in fondo. Altri invece hanno trovato positivo sentire che ho sempre usato la mia voce senza cercare di imitarlo. La prima è qualcosa contro cui ho sempre lottato, la seconda qualcosa che ho continuato a cercare. C’è differenza tra imitazione e ricerca di un suono: la prima è nel migliore dei casi un falso d’autore, la seconda è un tributo personale».

Marco ha annunciato il suo ritiro e dopo il concerto di sabato 15 non sarà più la voce del gruppo. Un ruolo forte e difficile sul quale rivela: «Il canto, la musica di De André potrebbe anche sembrare semplice da eseguire: non lo è, e renderla comunicativa è una sfida. In alcuni momenti l’impegno culturale è stato soverchiante. De André mirava alle profondità dell’intimo umano e nello stesso tempo metteva a fuoco l’essenzialità del vivere sociale, nelle sue potenzialità e soprattutto nei suoi rischi. L’anarchismo di Fabrizio De André si ispira a richiami alla responsabilità individuale, luogo in cui poter vivere la propria e l’altrui libertà».

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