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l'Adunata a Milano

Ma quale #MeToo e femminismo Per gli Alpini siamo tutte regine

Ma quale #MeToo e femminismo Per gli Alpini siamo tutte regine
Pensare positivo 17 Maggio 2019 ore 09:15

Svegliarsi nella capitale della moda e del design è bellissimo. Non importa quanta dedizione tu metta o meno nel curare la tua immagine, quanto tempo tu possa passare a seguire i consigli delle influencer; una influencer si è svegliata comunque prima di te e già corre più veloce di te, lo dimostra il fatto che le sue storie sono caricate su Instagram da almeno venti minuti. Ti prepari per questa immensa esperienza che è la giornata a Milano, con i suoi stimoli, i suoi hashtag, i filtri. Camminare nelle vie del centro della capitale della moda e del design è bellissimo. Ti specchi nelle vetrine e nel vetro incontri il sorriso di coppie di ragazzi, ringrazi il dio dei meneghini e la Madonnina che ci domina per tutta ’sta libertà, che è la nostra cifra.

 

 

Un giorno della scorsa settimana, però, svegliarsi nella capitale della moda e del design è stato diverso. Camminando lungo il Corso (Vittorio Emanuele), potevi sentire uno strano vociare. Non un milanese imbruttito con sprazzi di inglese non necessario, ma un altro accento. Talvolta mi pareva di intuire qualcosa di bergamasco, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Intorno al Duomo si erano materializzate delle strutture in legno, come quelle dei mercatini di dicembre che restano lì fino all’Epifania. Ma non è Natale, pensi tu, la milanese adottata, truccata, laureata, avvocata e spaesata. Milano aveva ospiti, era evidente. Tricolori e profumo di carne sfruculiante e finalmente una spiegazione: gli Alpini. Ridono gli Alpini, e non hanno mai fretta. Passeggiano, ma non vanno da nessuna parte. A Milano non sono mica abituati. Noi siamo vestiti di completi blu e non abbiamo capito che scarpe mettere. È la stagione d’oro del trench, ma questo agli Alpini non interessava; loro si confondevano tra noi, ma non prendevano il nostro passo accelerato, né il nostro sguardo concentrato. Era la loro festa e avevano tempo di fare tutto, a differenza nostra. Ché noi corriamo, corriamo, corriamo… Ma dove andiamo?

Se avevi un bel sorriso e li guardavi, loro ti agganciavano con gli occhi, ti guardavano finché non eri troppo lontana e ti seguivano col collo, si giravano totalmente, a volte si fermavano sul posto per dedicarsi all’attività delicata ed esclusiva del guardarti. «Ma che bella ragazza!», dicevano. Non proprio così in realtà, ma il concetto era questo. Poi allargavano le braccia come se davvero non ne avessero mai vista una più bella e si dicevano qualcosa che aveva a che fare con quello che avrebbero fatto in quel momento se avessero avuto trent’anni di meno. Poi riprendevano a…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 16 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 23 maggio. In versione digitale, qui.