La parola inventata da un bimbo

6 motivi per cui quella di “petaloso” è in effetti proprio una bella storia

6 motivi per cui quella di “petaloso” è in effetti proprio una bella storia
Pensare positivo 24 Febbraio 2016 ore 11:05

«Qualche settimana fa, durante un lavoro sugli aggettivi, un mio alunno ha scritto di un fiore che era “petaloso”. La parola, benché inesistente, mi è piaciuta, così ho suggerito di inviarla all’Accademia della Crusca per una valutazione. Oggi abbiamo ricevuto la risposta, precisa ed esauriente. Per me vale come mille lezioni di italiano. Grazie al mio piccolo inventore Matteo». Così scrive, 19 ore fa, Margherita Aurora, 42 anni, maestra delle scuole elementari di Copparo (Ferrara).

 

Qualche settimana fa, durante un lavoro sugli aggettivi, un mio alunno ha scritto di un fiore che era “petaloso”. La…

Pubblicato da Margherita Aurora su Martedì 23 febbraio 2016

 

19 ore sono il tempo in cui la notizia fa il giro d’Italia, diventa un trend topic su Facebook, arriva alle orecchie di Renzi e del Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che si congratulano ciascuno con un tweet, e diventa una sfida virale per tutti i parlanti di lingua italiana. Perché, se il piccolo Matteo utilizza l’aggettivo per indicare come le margherite siano – effettivamente ed evidentemente – più petalose dei papaveri, l’Accademia della Crusca, in una puntuale e cordialissima lettera di risposta, spiega che un neologismo è tale non solo perché qualcuno se lo inventa, pure se – rassicura – è molto bello come in questo caso, ma soprattutto perché in tanti lo usano. E comunque tutti lo riconoscono e gli conferiscono il giusto significato. Così, e via di #petaloso ovunque, per diffondere la nuova parola e realizzare – scrivono – «il sogno del piccolo Matteo».

 

 

La maestra, naturalmente, è felicissima, e su Twitter commenta, con un tocco di tenerezza: «Svegliarsi e trovare #petaloso nei TT. Mi sembra folle. Poi penso che forse abbiamo bisogno di sognare e questo sembra un sogno molto bello». Anche l’Accademia della Crusca si è un po’ emozionata, a dire il vero. La redattrice Maria Cristina Torchia indugia nella delicatezza dei dettagli: «La lettera di Matteo ci ha fatto discutere – racconta Maria Cristina Torchia — è arrivata in bella grafia, scritta su un foglio protocollo, ben strutturata e ben argomentata. Ci ha commosso. E allora abbiamo deciso di incoraggiare Matteo a diffondere la sua nuova parola». E hanno anche invitato la classe per una visita alla sede fiorentina dell’augusta associazione.

 

 

Ci sono tante cose che ci piacciono in questa storia. Uno: il colore dei capelli della maestra, blu o viola a seconda delle foto, a quarant’anni, perciò, l’allegria. Due: che questa sia la stessa maestra già salita agli onori della cronaca per il decalogo di compiti delle vacanze che si potrebbe riassumere con un dormi-gioca-e-tante-coccole. Tre: che questa maestra veda un errore, ci faccia una riga rossa sotto e poi ci scriva a fianco che sì, è un errore, ma un errore bello, come accade sostanzialmente pure nella vita, che gli errori magari all’inizio siano errori, ma poi diventino anche un po’ belli, per quello che vien dopo e per quello che significano. Quattro: che questa maestra stia anche su Twitter e sui social, oltre che in classe, che faccia parte del mondo e col mondo sappia comunicare. Dunque, che questa sia una maestra che ha capito per davvero come si fa. E pure un bel po’ come si deve essere.

 


Cinque: Matteo. Matteo ci piace tantissimo. Perché è un bambino, e quindi ci piace e basta. Perché fa i compiti, pure con impegno, il che gli fa onore. Ma anche perché inventa. E inventa perché non sa. Lui non lo sa, che “petaloso” è sbagliato, non lo scrive mica intenzionalmente, con fare saccente. A lui suona solo bene. Faremmo volentieri a cambio con l’innocenza di Matteo, con la pagina bianca che è la sua conoscenza. E col suo essere ancora tutto da costruire.

Sei: l’Accademia della Crusca. Non ha mai fatto simpatia a nessuno, chiusa com’è da secoli dentro i labirinti della lingua. Soprattutto non fa simpatia quando uno litiga con i se stessi/sé stessi, gli scappa per sbaglio il qual è con l’apostrofo, il congiuntivo non gli suona troppo bene ma è necessario. Però son disponibili, sempre. Qui c’è il loro servizio di consulenza, nessuna domanda resta in sospeso, tutto trova una spiegazione. L’eleganza della nozione accademica, la sua adamantina certezza. Altro che moderni call center.

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