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Alla Patologia neonatale, dove ogni bambino è Gesù bambino

Alla Patologia neonatale, dove ogni bambino è Gesù bambino
23 Dicembre 2019 ore 05:30

Dottoressa Mangili, lei qui combatte ogni giorno per salvare bambini piccolissimi, molti nati prima della loro data. Bambini di cinquecento, seicento grammi che sopravvivono.

«A volte abbiamo soddisfazioni molto grandi. Ci affezioniamo a ognuno di questi bambini, tutti ci teniamo, dai medici alle infermiere. Quando vengono a trovarci che sono ormai grandi e stanno bene… difficile dire quello che si prova. Nei giorni scorsi è venuta a farmi visita Emma con la mamma. È nata che pesava 390 grammi ed è rimasta in bilico fra la vita e la morte: ce l’ha fatta. Oggi ha sei anni, andrà in prima elementare, ma sa già leggere e scrivere. A volte sembra incredibile anche a noi stessi, sembra un miracolo».

Un miracolo della tecnologia.

«Della tecnologia, certo, della scienza, che non viene da un altro pianeta. E pure dell’umanità, dell’attenzione, del calore che tutti ci mettiamo. Il personale, i genitori, le mamme».

 

 

Qualche anno fa a Bergamo ci fu un caso di cui si parlò molto, erano gemelle siamesi.

«Sì, è stato due anni fa. Erano nate attaccate per l’addome e avevano il fegato in comune, cioè i due fegati si erano fusi insieme. Per fortuna avevano due sistemi di vie biliari distinti».

Come andarono le cose?

«Sapevamo che erano siamesi, la mamma ne era consapevole da tempo, qualcuno le aveva consigliato di abortire, ma lei non ne aveva voluto sapere. Una mamma coraggiosa o una mamma temeraria? Con il senno di poi, diciamo coraggiosa. Ha comunque deciso di affrontare un calvario. Facemmo nascere le due bambine con un taglio cesareo programmato, dopo trentaquattro settimane. Tutto andava fatto con estrema attenzione, anche per le più piccole cose».

Per esempio?

«Per esempio, il grande problema con i gemelli congiunti è quello di riconoscerli, di mantenerli distinti, anche per via delle terapie che gli somministri. Per questo abbiamo preparato da subito due cappellini, uno rosso e uno verde, e le scarpine di lana degli stessi colori. Così non sbagliavamo, c’era la bambina verde e la bambina rossa. Senza segni di riconoscimento, i bimbi siamesi li confondi, basta che li giri senza essere attentissimo e non capisci più chi sia l’uno e chi sia l’altro».

Perché si chiamano siamesi?

«Perché il caso più famoso fu all’inizio dell’Ottocento, quando nacquero due gemelli come le nostre sorelline, attaccati per l’addome, in Thailandia, che allora veniva chiamata Siam. I due gemelli crebbero e andarono negli Stati Uniti dove vissero bene come fenomeni da baraccone. Si sposarono pure ed ebbero ventuno figli! Avevano due appartamenti distinti, nella stessa casa. Le implicazioni anche di carattere intimo e sessuale sono del tutto particolari… Sposarono due sorelle. Stavano un po’ da una e un po’ dall’altra… Ebbero una buona vita».

 

 

Uno dei due morì prima dell’altro. Che cosa accadde?

«Uno dei due morì per ictus, a sessantadue anni. Una questione molto seria. I medici di quel tempo cercarono di separarli, per ragioni molto evidenti. Ma il secondo gemello morì poche ore dopo il primo, l’operazione era troppo ardua per l’epoca».

E le sorelline?

«Decidemmo di operarle quando avevano cinque mesi, erano robuste, potevano sopportare l’intervento. Non bisogna aspettare troppo, anche per ragioni psicologiche. Erano tenere quando erano attaccate e si stringevano le manine… L’intervento andò nel migliore dei modi».

Il fegato?

«Venne diviso, semplicemente. Andò tutto bene. Non sempre è così. Ci sono casi di gemelli siamesi che possono condividere il cuore, o il cervello, allora la separazione risulta molto molto difficile, persino impossibile. A volte i medici pongono ai genitori una questione terribile: per salvare uno bisogna sopprimere l’altro. Terribile».

Quanti bambini nascono in un anno al Papa Giovanni?

«Circa quattromila. Siamo al quarto posto in Italia».

E quanti ne vengono ricoverati in patologia neonatale?

«Lo scorso anno 550, siamo nella media. Ma ce ne sono anche che arrivano da…

 

Articolo completo a pagina 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 26 dicembre. In versione digitale, qui.

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