Pensare positivo
È costato 93 milioni di sterline

A Brighton l'impianto modello per una città che pensa in grande

A Brighton l'impianto modello per una città che pensa in grande
Pensare positivo 09 Settembre 2014 ore 08:30

Quante volte ce lo siamo detto? Per rinnovare il nostro calcio dobbiamo prendere a modello il football inglese. Facile a dirsi, meno a farsi. Il calcio d’Oltremanica ha avuto la forza di rinascere dalle proprie ceneri, quelle degli hooligans e di un sistema collassato su se stesso. Ha saputo rinascere però, soprattutto, grazie ai soldi, quelli che società e politica hanno investito nei primi anni Novanta del secolo scorso e quelli che, dagli anni successivi ad oggi, i tifosi continuano a sborsare per assistere dal vivo alle partite. Ma non pensate che lo facciano controvoglia, perché laggiù, gli stadi, non sono dei fatiscenti agglomerati di cemento, ma sono dei veri e propri teatri, templi del football. Per questo, oggi che tanti presidenti di società italiane parlano e sognano di nuovi stadi, l’occhio cade sempre lassù, in Inghilterra. E Brighton è una delle città dove il modello si addice perfettamente a una realtà provinciale abituata a pensare in grande. Lo stadio sorge precisamente a Falmer, quartiere periferico della cittadina, dove le colline della campagna inglese iniziano ad abbracciare il territorio. Proprio lì, nel 2011, è stato inaugurato l’AMEX Stadium, lo stadio del Brighton & Hove Albion F.C., la squadra della città che milita nella Serie B inglese.

Realizzato oggi pensando al domani. I lavori di costruzione sono iniziati nel 2008, ma già dal 1999 la proprietà aveva individuato il sito su cui erigere il proprio nuovo stadio. Poi sono seguiti nove anni di burocrazia, permessi e tanti progetti, fino a quando non si è trovata l’impresa giusta (la KSS Group) e il giusto sponsor (l’American Express, da cui prende il nome anche l’impianto). Il risultato è stupefacente. Dall’esterno, l’AMEX dà l’idea di essere quasi scavato nel terreno, ma è solo un’impressione: semplicemente, gli architetti hanno voluto seguire l’andamento delle colline circostanti, in modo da rendere l’impianto il meno invasivo possibile nel contesto paesaggistico. E già questa sembra fantascienza per noi italiani. Lo stadio è appena fuori Brighton, ma molto vicino all’autostrada e alla stazione ferroviaria, in modo che sia facilmente raggiungibile sia per i tifosi di casa che per i supporters della squadra ospite, senza contare che la società ha stretto accordi con compagnie ferroviarie e di trasporto cittadino in modo da offrire l’opportunità agli spettatori di comprare dei veri e propri pacchetti ricomprendenti biglietto dello stadio e ticket per il trasporto. Brighton conta 156 mila abitanti e l’AMEX dispone di 27 mila e 350 posti a sedere. Troppi, dicevano molti quando l’impianto era solo un progetto e la squadra vantava una media di 6 mila tifosi al seguito; quasi pochi oggi, con la media salita a 27 mila nell’ultima stagione. Non è un caso che i progettisti hanno pensato di idearlo in modo tale che, in futuro, non comportasse particolari difficoltà ampliarne la capienza. Lo sguardo è sempre rivolto al futuro, mai al passato. Dalla prima fila, il campo dista solamente 7,5 metri e l’acustica è eccezionale, in modo da intimorire gli avversari. Le poltrone sono comodissime, sia nei settori più cari che in quelli più popolari. Il tutto è costato 92 milioni di sterline, investiti dal presidente Tony Bloom quando la squadra militava ancora in League One, terza divisione inglese. E per noi italiani questa è più che fantascienza.

Parola d’ordine: appartenenza. L’AMEX è stato studiato nei minimi dettagli per essere un centro attivo della comunità locale. Non solo teatro del calcio, ma anche luogo di e per la comunità: nella sua costruzione e gestione sono stati coinvolti i cittadini, attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro e di spazi sociali all’interno dell’impianto. C’è una sala per conferenze e convegni, uno spazio per eventi, un ristorante per matrimoni e con servizio catering, aree espositive e, naturalmente, pub, store ufficiali e la possibilità di tenere dei concerti. La spesa pro capite dei tifosi all’interno dello stadio (quanto spende ogni spettatore tra oggettistica, bevande e cibo ad esempio) è di quattro volte superiore ad ogni altro stadio e solo l’O2 Arena di Londra fa meglio, ma non è un impianto calcistico, bensì una struttura polifunzionale (da due anni si svolgono lì gli ATP Masters di tennis). Il pre partita è gestito in modo tale da convogliare i tifosi nello store ufficiale del club, sempre pieno. Il supporter si sente realmente parte della squadra, e non soltanto per la sciarpa o il cappellino che porta altri soldi nelle casse del club, ma perché ogni spazio è pensato su di lui, sulle sue necessità e sui suoi desideri. Proprio questo è l’elemento che, fino ad oggi, continua ad essere il meno valutato in Italia: lo stadio deve essere sempre pensato come luogo dei tifosi e non come luogo delle società. È proprio questo, forse, il vero passo in avanti culturale che vorremmo vedere nel nostro calcio e nel nostro Paese. E deve venire prima di progetti e nuovi impianti. Allora niente più sarebbe fantascienza.