Giorni di sinodo

Che cos’è la misericordia

Che cos’è la misericordia
07 Ottobre 2015 ore 17:10

Giorni di sinodo. Si spulciano le notizie, si cercano fatti, si tenta di capire cosa sta succedendo davvero. L’impressione è che il papa stia cercando di far crescere i vescovi. Li stia educando, per così dire. Continua a sottolineare, per esempio, la necessità di non dimenticare la misericordia di Dio. E lo fa in un modo così allo stesso tempo defilato e insistente da lasciar supporre che il problema forse, sta tutto lì: se il sinodo capisce in cosa consiste la misericordia deciderà in un modo, se non lo capisce prenderà un’altra strada.

Dunque: che cos’è la misericordia? In genere, nel sentire comune, è una specie di morbidezza: la legge imporrebbe di prendere provvedimenti seri e dolorosi nei confronti di qualcuno, il giudice misericordioso ne ammorbidisce la punta, il veleno. Attenua la sanzione, comprende le ragioni dell’imputato, gli fa pervenire il suo affetto. Ma forse il papa non intende la misericordia in questa accezione.

 

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Quest’estate c’è stato un evento di notevole rilievo in proposito, una specie di cambio di definizione che forse vale la pena riprendere. Padre Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dei Cistercensi – dunque uno addentro – parlando al Meeting di Rimini ha detto una cosa strana: «che noi manchiamo a Colui che ci fa, che noi manchiamo a Colui che abbiamo abbandonato».

Diciamola in altro modo: Iddio ci ha fatti, ci ha fatti liberi perché – come pensa anche Diana (Demy Moore) all’inizio di Proposta Indecente: «Una volta è stato detto: se vuoi qualcuno a tutti i costi, lascialo libero. Se torna da te, è tuo per sempre. Se non lo fa, allora, tanto per cominciare non è mai stato tuo». Lei era stata appunto abbandonata da David.

Padre Lepori, in questo senso, ha disegnato un ritratto di Dio affatto singolare, inconsueto. Ricorda molto la Diana del film di Adrian Lyne…  Ha detto: «[Il Signore] Ci ha fatti con una libertà che ferisce in Lui un’attesa, un’aspettativa, un’ansia, una solitudine, un abbandono, una mancanza di noi a Lui che è messa nelle nostre mani, nel nostro cuore, nella nostra decisione o meno di tornare a Lui, di rispondergli».

Dio non è la felicità pura ed eterna, secondo padre Lepori. È uno cui manchiamo. A questo punto la svolta. Perché l’abate, dopo un attimo di silenzio teso come la faccia e i muscoli del Davide del Bernini, ha fiondato in mezzo al pubblico questa cosa inaudita: «E questa è la misericordia». La misericordia è che Dio ha il nostro numero di cellulare, ma che non ci chiama perché non vuole ledere la nostra libertà. Perché è impotente rispetto alla nostra mossa; perché sa che se guidasse il nostro dito sul cellulare perché lo chiamiamo il gioco non funzionerebbe.

 

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Torniamo al Sinodo. Il problema non è che di fronte a chi ha sbagliato la Chiesa decida di tenere un atteggiamento morbido piuttosto che una condotta rigida. Il problema è che i padri capiscano che ciò che la Chiesa è chiamata a fare consiste unicamente nel far avvertire a chi ha sbagliato non che ha sbagliato, in cosa si è sbagliato e perché lo ha fatto: la Chiesa deve soltanto ricordargli che il Signore ha bisogno di lui, che lo sta aspettando. Perché questo appunto è venuto a dire suo figlio nei pochi anni che è stato quaggiù.

Che i padri si ricordino dunque che il problema vero non è tradizione sì, tradizione no, o un po’ sì o un po’ no. La questione è: come facilitare l’uso del cellulare, l’acquisto del biglietto di ritorno a chi si è smarrito. Lo facciano per il Signore, se non lo vogliono fare per quei delinquenti. Che poi, chi più chi meno, siamo tutti noi.

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